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Longobucco, incastonato nella Sila Greca, è un centro noto per la sua antica arte tessile, che si distingue per disegni, motivi e colori unici. Questo comune, al centro del Parco Nazionale della Sila, affonda le sue radici in una storia millenaria, sebbene le leggende sulle sue miniere d’argento siano prive di riscontri documentati. L’esistenza del centro è attestata ufficialmente a partire dall’XI secolo, con l’arrivo dei Normanni, e si è sviluppata sotto le successive dominazioni di Angioini, Svevi e Aragonesi. In particolare, nel Medioevo, Longobucco divenne un importante polo per lo sfruttamento delle miniere argentifere e per lo sviluppo dell’arte orafa. Tuttavia, i costi elevati di estrazione e un devastante terremoto nel XVIII secolo causarono il declino e la cessazione dell’attività estrattiva.
La tradizione artigianale che stupisce il mondo
Nonostante il declino delle miniere, la tradizione artigianale di Longobucco ha continuato a fiorire. Come scrisse Norman Douglas in “Old Calabria”, il borgo appariva “come una di quelle città di sogno delle Mille e una Notte”. L’arte della tessitura, in particolare, ha sempre meravigliato per la sua bellezza e originalità. Giovanni De Giacomo, in un suo scritto, descrisse l’emozione di assistere alla creazione di queste “superbe bellezze” da parte delle donne montane calabresi, capaci di trasformare fili in “lussureggianti primavere” di figure e ornamenti. I borghi della Calabria Greca, come Longobucco, sono custodi di queste tradizioni.
I segreti delle coperte di Longobucco: tra “guardiédda” e “pizziate”
Le coperte rappresentano l’eccellenza dell’arte tessile di Longobucco, evolutesi da forme rudimentali a creazioni sorprendenti per colori e disegni. Una coperta completa è caratterizzata da cinque disegni concentrici: “u sìattu” al centro, seguito da “u parafilu”, “a guardiédda”, “a greca” e infine “u pizzìattu”. Ogni pezzo tessuto si conclude con la “francia”, realizzata a mano e al telaio. Tra le diverse tecniche di lavorazione si distinguono quella a rilievo, detta “pizzulùni”, quella piatta o “trappìgnu” e “a ri pìari”. Un metodo antico, il “cucchìdda”, è ormai scomparso e le coperte realizzate con questa tecnica, che prevedeva solo figure geometriche, sono oggi estremamente rare.
La peculiarità delle creazioni longobucchesi risiede nel fatto che il motivo non è un ricamo esterno, ma parte integrante del tessuto stesso. Infatti, oltre alla trama e all’ordito, viene inserito un terzo filo che attraversa orizzontalmente i fili d’ordito. Le tessitrici utilizzano modelli specifici, chiamati “nziambri”, alcuni dei quali sono gelosamente custoditi e circondati da leggende. Tra i più celebri c’è “U puntu eru Juriciu” (Il punto del Giudice). La leggenda narra che una madre longobucchese, per ringraziare un giudice che aveva reso giustizia a suo figlio, ideò questo disegno raffigurante una bilancia formata da una sega, un albero, due rami di vite e due colombe. Questa simbologia è ricca di significato: la sega rappresenta il taglio netto della giustizia, l’albero la vita e la forza, i rami di vite la gioia, la bilancia la giustizia e le colombe la pace.
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