Torna il scena lo spettacolo “La violenza”  della compagnia calabrese Carro di Tespi

Torna il scena lo spettacolo “La violenza” della compagnia calabrese Carro di Tespi

La violenza dal testo di Giuseppe Fava

Regia e adattamento: Luciano Pensabene

Attori dal vivo: Maria Marino, Giuseppe Cucco, Valerio Strati

Attori in videoconferenza: Antonio Ferrante, Renato Nicolini

Scene e costumi: Carlo Scuderi

Musiche originali e dal vivo: Mario Lo Cascio

Foto di scena: Domenico Lofaro

Service luci e fonica: LM Recording studio

Organizzazione generale: Valerio Strati

Produzione: Associazione Culturale “Carro di Tespi”

Giovedì 12 agosto ore 21 – Giffone (provincia di Reggio Calabria) piazza Gabelle

Venerdì 27 agosto ore 21 – Benestare (provincia di Reggio Calabria) piazza Ariaporu

A un anno dal debutto, La Violenza, spettacolo prodotto dalla compagnia calabrese Carro di Tespi, torna in scena per l’estate calabrese. Reduce dalla partecipazione, come unica realtà calabrese ospite, all’undicesima edizione del Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari.

Due le date in programma nel mese di agosto.

Giovedì 12 agosto ore 21 in piazza Gabelle a Giffone (provincia di Reggio Calabria) e venerdì 27 agosto ore 21 in piazza Ariaporu. a Benestare (provincia di Reggio Calabria).

Lo spettacolo, tratto dal testo omonimo di Giuseppe Fava, giornalista siciliano ucciso dalla mafia a Catania nel 1984, parte dall’assassinio di un giovane sindacalista per fare un processo alla mafia rurale e non solo a questa.

E per arrivare poi a un discorso più ampio sul concetto del male che affligge la nostra terra e che va oltre la mera vicenda processuale. L’allestimento multimediale, affianca a una costruzione drammaturgica che prevede la staticità dell’azione scenica, interrogatorio/imputato, alcuni contributi video con una serie di proiezioni su uno schermo disposto in alto che mantiene i testimoni e gli imputati concentrati nella loro performance. Con gli interventi, ora del procuratore ora dell’avvocato difensore, e un reportage di foto, solo in proiezione che, appunto, sovrasta la scena e gli attori.

Lo spettacolo offre così allo spettatore l’impressione di una giustizia distante e distaccata che in quegli anni e in quei contesti lasciava spesso a desiderare. L’intervento del video nasce anche dal fatto che una versione del testo di Fava era in forma di sceneggiatura e che nella versione contenuta all’interno del libro I siciliani (Cappelli editore) veniva corredata da indicazioni specifiche quali i movimenti dell’obbiettivo e la proiezione di foto degli omicidi e del sindacalista ucciso in particolare.

Nello spettacolo rimane forte la contrapposizione tra la figura della madre e gli uccisori del figlio che rimanda alle tante donne e madri della tragedia classica che piangono e imprecano sulla morte dei loro figli in presenza degli oppressori. Donne forti che trovano, nonostante tutto, la forza e il coraggio di andare avanti, di guardare in faccia e puntare il dito contro i loro carnefici, come accade nello spettacolo per Rosalia Alicata. «Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, per dio. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa…». Questa frase, pronunciata un giorno da Pippo Fava, ci descrive il personaggio del giovane Rosario e nello stesso tempo analizza il percorso che lo porta alla sua testimonianza e confessione, un percorso in cui il degrado sociale e la miseria la fanno da padroni e lo spingono ad accettare quella orribile proposta.

Ma Fava ci restituisce anche un personaggio più complesso, psicologicamente turbato, fragile, per vicende che il difensore degli assassini riuscirà a tirargli fuori in un dialogo fittissimo. C’è nell’autore una sorta di pietas nei confronti di questo suo personaggio, è visto anch’egli come una vittima tanto che accetta la commissione per una specie di rivalsa, un tentativo di redimersi e di ribellarsi a quella sua condizione e a quella del padre che odia perché miserabile e povero che, appunto, “non aveva mai fatto nulla per uscire da quella disperazione”.

L’avvocato Crupi, invece, rappresenta e incarna la figura del puparo, del mandante che sta al di sopra di tutto, un’idea quasi metafisica del male. Il suo modo di esprimersi, di gesticolare, lo rendono persino affascinante nell’atmosfera di mistero che lo avvolge, di quella fascinazione e banalità che lo rendono come estraneo al processo, e ce lo restituisco quale archetipo mitico del grande disegno, di tutti i drammi irrisolti di questa terra.

Ma la tragedia in Sicilia non è mitica e anche se i nomi sono inventati ne La Violenza di Fava si possono riconoscere uomini e donne che hanno vissuto e pagato a caro prezzo la loro lotta alla mafia per la rivalsa della propria terra. Uomini come Placido Rizzotto, come Pio La Torre, come Giuseppe Impastato, magistrati come Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Falcone, Borsellino, gli uomini delle scorte, giornalisti in cerca di verità come Mauro De Mauro, Beppe Alfano e Pippo Fava.

La mafia è solo un pretesto teatrale, una macchina di scena per raccontare la tragedia delle creature umane nel nostro tempo: la violenza ovunque nel mondo, in tutte le sue forme: la sopraffazione, l’odio, l’ignoranza, la paura, il dolore, la corruzione”.

Giuseppe Fava

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