La strage dell’Heysel vissuta da un melitese

La strage dell’Heysel vissuta da un melitese

Il 29 Maggio 2020 è ricorso il 35° anniversario della tristissima pagina di storia sportiva (che di sport ha poco) conosciuta come la “strage dell’Heysel” in cui ben 39 persone morirono e più di 600 rimasero ferite. Era la finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus di Boniek e Platini e il Liverpool.

Siamo riusciti a carpire la “storia di un pezzo di vita vissuta” da Peppe Genesio, melitese di nascita, emigrato a Rescaldina in prov. di Milano assieme alla famiglia quando aveva 10 anni. Lui è sempre rimasto con Melito Porto Salvo nel cuore e nell’anima ritornando al paese ogni anno per la festa e per le vacanze estive.

Il racconto

Io ricordo quel giorno che vissi come tutti gli italiani non staccando gli occhi dalla tv di Stato ed il seguente dalle pagine dei giornali. Su un quotidiano mi colpì una foto in cui riconobbi lui’, Peppe Genesio, in quel disgraziato muro della Curva Z. Mi feci raccontare tutto in seguito e voglio condividere con i lettori questo mio scritto.

Genesio faceva parte del fans club della Juventus di Legnano (MI) e partì assieme alla cognata, al suo fidanzato e ad altri 50 con il Bus organizzato appunto da questa associazione di tifosi. La partenza la descrive come una delle più affascinanti, l’adrenalina per l’evento, la gioia di condividere un giorno importante con la propria squadra del cuore ed anche la possibilità di visitare una città come Bruxelles in cui non c’era mai stato. Lui si è fatto e continua a farsi sempre apprezzare per la collaborazione in diverse associazioni di volontariato del milanese. Oltre ad essere un grande organizzatore di eventi enogastronomici in cui predilige associare pietanze lombarde e far conoscere quelle melitesi.

Quindi non potè mancare la nomina anche per quel viaggio alla cura del companatico. Il panino lo “rimpingua Peppe il melitoto ” dicevano a tutti gli organizzatori e lui non fece mancare le scorte dei capicolli che si era fatto inviare dai parenti di giù qualche settimana prima. Arrivati la mattina presto in Belgio, si diedero tutti appuntamento allo stadio nel primo pomeriggio e “visita libera alla città”.

Peppe assieme ai cognati ed altri amici cominciarono la visita alla capitale in un clima di civiltà che non faceva presagire ciò che poi si sarebbe verificato. Infatti nel suo archivio ci sono foto di scambi di gagliardetti e sciarpe anche con gli inglesi. Era felicissimo di quel momento. Nel primo pomeriggio si avviarono verso lo stadio e lì l’amara sorpresa. L’impianto destò in me una bruttissima impressione, sembrava più un campo di periferia che altro. I biglietti che il gruppo si era procurato erano per il settore Z. Il tempo di capire dove era l’ingresso e via cominciò ad incamminarmi.

Davanti allo stadio prima della strage dell’Heysel 

Chiedemmo informazioni e ci dissero eccolo l’ingresso. Non ti dico che sensazione di disagio ebbi. La porta di accesso era strettissima ed il famoso settore “Z” in cui si sistemarono famiglie con bambini e club di tifosi della juve lo battezzai subito “sittamundi ndi stu iaddinaru”.

Dopo meno di un’ora cominciai a vedere che vicino a noi, divisi soltanto da una misera rete per giardinaggio, stavano entrando i famigerati hooligans inglesi.

Qualche poliziotto a ridosso di questa recinzione e nulla più. Appena scesero in campo le squadre per il riscaldamento cominciarono le prime avvisaglie.

I tifosi (? Tifosi?) inglesi, ormai quasi tutti sbronzi, a ridosso del nostro settore cominciarono a lanciare verso di noi bottiglie di birra vuote miste a pietre che era facile procurarsi in quanto, incredibilmente, a portata di mano nel loro settore.

Cominciai a provare una sensazione di smarrimento che mai fino ad allora avevo provato, nonostante avessi frequentato spesso gli stadi in quegli anni. Mi chiedevo: ma è una finale di Coppa Campioni o la partita di Prima Categoria? Poi arrivò il panico più totale quando vidi quei pochi poliziotti indietreggiare. In un battibaleno mi ritrovai schiacciato verso il “famoso e maledetto” muro dell’Heysel. E sotto di me si trovavano i miei cognati che cercavo di tenere con la testa in su per farli respirare.

Non so come mi ritrovai sul terreno di gioco. Ma non potevo scappare, dovevo recuperare i miei parenti e grazie a Dio lo feci. L’unico mio pensiero era da quel momento in poi scappare da quell’inferno perché pensavamo che da lì a breve sarebbe successa una guerra. Io assieme ad Emma ed Enzo ed un gruppo del Club ci accorgemmo che avevano aperto i cancelli e riuscimmo ad uscire e finalmente, nel frattempo, arrivò la polizia a cavallo.

Strage dell’Heysel: L’incubo continua

Appena fuori dallo stadio, pensammo di andare immediatamente in stazione per prendere un treno e andare via dalla città il più presto possibile o a rifugiarci in qualche hotel. Non dimenticherò mai che nessun taxi volle fermarsi e nessun belga nelle vicinanze ci aprì anche solo per fare una telefonata. Attimi di terrore e di assoluto panico che porterò come ferita nel cuore. Ore di apprensione che mi sembrarono secoli (piange).

Ritornati psicologicamente in noi saggiamente tornammo al parcheggio dove avevamo lasciato il bus in mattinata. Intanto in città era ritornata in qualche modo, se così possiamo chiamarla, la legge. Saliti sul bus l’organizzatore cominciò a fare l’appello. Del gruppo mancava una persona. Scendemmo e a scaglioni cominciammo a girare per i vari ospedali e gendarmerie per chiedere informazioni. Ripeto non avevamo i telefonini. Si scoprì che oltre a qualche associato ricoverato in ospedale non tornò a casa neanche il Sig. Venturin. Era morto per una partita di calcio, lui ed altre 38 persone.

La partenza verso casa

Con la strage dell’Heysel alle spalle, e con la morte nel cuore, l’unica cosa da fare era cercare di ripartire.

Ripartimmo verso le 5 di mattina, all’alba del giorno dopo con la morte nel cuore. Il viaggio è ancora oggi per me il più brutto della mia vita ed il più silenzioso. Nessuno aveva voglia di raccontare, tutti eravamo sotto schock.
Riuscimmo a telefonare da un’area di servizio in Lussemburgo. I nostri parenti in Italia vissero la nottata in bianco, già organizzati per venire in Belgio a capire cosa ci fosse successo. Appena entrati in Italia fummo assaliti, se così si può dire, da migliaia di giornalisti. Pochi, però, avevano voglia di parlare e vidi la mia foto sul giornale.

Piansi ed ancora oggi lo faccio. Avevo convinto io i miei cognati a venire in quel disastro e meno male sono riuscito a riportarli a casa. In caso contrario non credo me lo sarei mai più perdonato. Per almeno un anno ogni notte mi svegliavo con gli incubi e quel grido “Liverpool, Liverpool” in testa. Ancora oggi mi capita ogni tanto, anche a distanza di 35 anni.

Una giornata che non doveva finire così e che mi fece capire che l’uomo non sempre è migliore delle bestie.