A Filippo: epitaffio di un’amicizia indelebile

A Filippo: epitaffio di un’amicizia indelebile

Non è possibile ricordare Filippo senza motivare lo smisurato vuoto in cui ci ha abbandonato con l’ineffabile ghigno della sua fantasmatica durezza, dirompente devastazione lanciata a bomba contro l’ipocrisia dei tempi. Un uomo tanto buono quanto alieno, ostensivamente lucido, sovranamente estraneo alle forme ed alle maniere. Come far fronte alla barbarie senza la scorta della sua umanità e del suo corrosivo umorismo defolklorizzato?

Generoso e smodatamente altruista, intelligente come la mia terra, scrupoloso ed apparentemente scostante, fiero, diretto, nètto, utilizzava l’animo cristallino della nostra gente come la schiuma del suo mare, arsa di sali e rocce, vetrosa di una silice abrasiva, smerigliante. A nulla poteva la forma e chi lo incontrava decadeva aborrendo il proprio passato, mentre le opere e le cose dei tempi sbiadivano ricusate. Dove trovare la dolorosa temperanza per celebrarlo, così discreto, modesto, riservato, semplice?

Filippo rivelava e celava, chiaroscurale anima tragica dagli sguardi sibillini ed evocativi, indiscutibilmente predittivi, inesorabilmente corretti. Nessuna concessione, un millimetro sprecato gli equivaleva all’espiazione della finzione, mai nelle sue corde. Ci manca la tua guida, la tua maestria remota.
E’ difficile vivere senza di lui: baluardo d’amore e richiamo all’ordine terrestre dell’ineluttabilità e della bellezza. Sapeva sorridere con disincanto, colpo su colpo, alle crudeli ingiurie che non lo hanno risparmiato. Seduzione ed incarnato, cosa posso farne ancora dei miei lidi? Senza di te.

Filippo era un San Francesco con tutte le creature, animali e vegetali. Blasfemo, non si curava dell’antropocentrismo proposto dalla Chiesa Cattolica, cui apparteneva. Professava il suo peculiare spiritualismo, disinteressato, umile, abnegato e dedito al conforto, non contenendo una sciafilìa fatale dedotta dalla genesi grecanica, privo di sensazionalismi ma appartato con i più deboli, i bisognosi. Come faremo, noi fragili neonati, ad emulare la tua gioia disinteressata?

Ultimo baluardo roccioso d’Italia, tra pini teterrimi e dirupi scoscesi, si fregiava di occulti borghi abbandonati che si arroccano tra impervie cime, come grovigli di carcasse rettili, svuotate ed inanimate. Quante volte, anche controvoglia, Filippo mi ha accontentato accompagnandomici, accogliendo tuttavia il mio anelito di appartenenza alla gente di Calabria, straniero meticcio di Toscana. Lo ricordo adagiato ai piedi della montagna mentre, arso dal sole, si specchiava di bianco, luminoso, marinaro riverbero, intento a solcare con occhi inquieti orizzonti abbacinati. Il suo sorriso eterno dell’avvenire non riusciva a calmare la mia ansietà, l’erosione ciclica della temperanza, che mi riportava tra quei luoghi, dove perdevo tutto e perfino lui.

La nostra è stata un’amicizia fraterna, nata per caso dal barbiere da bambino quando, in età prescolare, scendere in Calabria era come abbandonarsi impietrito ad un volo infernale nel cuore del tormento orrifico della colpa originale. Il mio orrore esistenziale ed il vuoto incolmabile del mio destino nascono lì, a Ferruzzano mentre, a raccogliere il mio sgomento, pensava il suo ottimismo, qualche km più a sud. Come ancora potrei gustare le favolose granite nei lidi della costa senza il tuo sarcasmo bugiardo sulla loro inadeguatezza?

Lì, mio generoso amico, hai conosciuta la mia vita, la mia gente, i miei amori. Hai saputo tutto di me, mi hai visto crescere condividendo tutto e consigliandoci su tutto. Mai negasti affetto e vicinanza per chi, in quella triade, poteva leggerti inadeguato, inconsueto, certo che tali aggettivi avrebbero stornato il loro preconcetto e, come boomerang spiaggiati, atrofizzato le resistenze dei medesimi che, meravigliati, ti avrebbero ringraziato.

Filippo non conosceva rancori, non disponeva di leziosi ammiccamenti, gli erano aliene le circostanze mondane, le mezze parole, non produceva ugge e non si lamentava mai dell’irrespirabile suo destino. Veleggiava equidistante, benvoluto e rispettato da tutti. Non imprecava rimpianti né si conoscono nemici. Non distingueva la destra dalla sinistra, il basso dall’alto, ma discerneva l’inaffidabile, l’inessenziale ed aveva un vero e proprio genio nell’avvertire malanimo e meschinità. Un alieno d’altri tempi? Macché: il talento prodigioso dell’intuizione, la cognizione di tutte le cose del mondo nell’atarassia dell’istante, cui Filippo sapeva far riferimento più velocemente di noi, efficacemente. Come valutare simpatia e popolarità senza compararle con la tua sventura?

Ogni discesa verso la mia terra rappresentava il tentativo di riguadagnare l’intimità perduta delle offese lì subite. Ogni dipartita, la nostalgia dell’imperfezione, la sensazione che qualcosa di terribile dovesse ancora accadere. Filippo ne era il riscatto. Lui, infatti, sapeva ascoltare e tacere, anche davanti alle mie stupide, puerili crisi esistenziali e cosmologiche, alle quali si affascinava riverente. Come affrontare ancora i miei studenti senza i tuoi ammonimenti?

Il suo nome era sinonimo di lealtà e giustizia, ossimoro di una terra che non ne conosce; la sua pratica atto di fede ed uguaglianza, senza compassione alcuna ma consapevolezza di un’identità incastonata nella vicinanza tra uomini assorti nel vento azzurro e ocra di quei luoghi arcani, lontani. Come potrò perquisire le onde ed interrogare il mare, nel mietere la tua sirena?

Tornerò da te, una volta, scevro dei nostri uffici, senza te.
Tornerò in me, sconosciuto doppiamente apolide.
Con te, è la nostra storia che se ne va, atterrita.

Antonello

Carmine Verduci

Nato a Brancaleone nel 1984, ha frequentato l'istituto d'arte di Locri. Artista e scrittore, ama la musica, la natura, la fotografia, la storia delle leggende Calabresi e dell'archeologia. Attualmente è Presidente della Pro-Loco di Brancaleone. Si occupa di divulgazione e promozione culturale dell'area grecanica e locridea, attraverso l'organizzazione di eventi culturali nella propria città e sul territorio.

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