Reggio Calabria, considerazioni sulla mostra “All’ombra dell’Unità d’Italia”

Reggio Calabria, considerazioni sulla mostra “All’ombra dell’Unità d’Italia”

melito borbonica

melito borbonica

di Nino Manti

Decido di iniziare molto presto la mia giornata, devo sbrigare alcune cose prima di raggiungere il Palazzo della Provincia di Reggio Calabria, dove gli amici di Peppe Grillo (gruppo R.C.) hanno organizzato una mostra di documenti storici inediti sul Risorgimento, intitolata, appunto, “all’ombra dell’Unità”. Al bivio di San Lorenzo marina (SALTO DELLA VECCHIA  il suo vero nome) mi soffermo a guardare i capannoni dello “Stabilimento”; il primo di essi , mi raccontava il vecchio proprietario, fu terminato nel 1850 e la fabbrica in seguito arrivò ad occupare più di 150 persone.

Poi piano, piano il declino fino a divenire quello che è oggi: un malandato fumaiolo troneggiante su un cumulo di ruderi sparpagliati per più di un ettaro di terreno, con i loro tetti in lamiere di amianto sbriciolati dal tempo, a cui nessuno sembra prestare la dovuta attenzione;  fra un edificio e l’altro, nascoste dalla vegetazione, infinite rotaie, su cui viaggiavano i carrelli, serpeggiano dall’ antica segherie in direzione del tratto ferroviario, a prova evidente della fervida attività di un tempo. Chissà cosa sarebbe stato dello “Stabilimento” se il Sud non fosse stato RI- sorgimentato (termine caro a N. Zitara)? difficile dirlo! aldilà di stimolanti quanto improduttivi tentavi di ricostruzione storico – economica  potremmo, invece, riflettere su problematiche che sono sotto gli occhi di tutti: la S.s. 106, ad esempio, che mi conduce a Reggio C. è un impercorribile mulattiera nata già vecchia sul finire degli anni sessanta; molti ospedali stanno per chiudere, vittime di gestioni politiche dissennate, tanto il conto viene presentato, come sempre, ai cittadini; per non parlare dei treni: per quanto riguarda la tratta ferroviaria locale i treni che Trenitalia  non ha tolto (22) , sono vecchi locomotori spremuti da quaranta anni di viaggi tra le nebbie padane e che si tirano dietro rappezzati vagoni in cui non si è avuto neanche la decenza di staccare il logo della regione dove videro i loro anni migliori.

Le cose non migliorano con i treni a lunga percorrenza che dalla Calabria portano al nord: i Pendolini ETR 450 (anno di fabbricazione 1980) dismessi dalle tratte Roma – Milano sono utilizzati, malamente, per coprire la tratta Reggio – Roma. Superato Melito P. Salvo – cittadina dove sbarcò Garibaldi  e nelle cui acque giace sommersa “il Torino” vittima, più che dei cannoni Borbonici dalla dabbenaggine di Nino Bixio- si intravede il fumaiolo dell’ex liquichimica di Saline J. , figlia di quel famoso pacchetto Colombo di cui rimase presto orfana: ora sembra che la SEI voglia costruirci una “salutare” centrale a carbone. Poco più avanti sorgono le OGR (officine grandi riparazioni) anch’esse chiuse e trasferite al Nord per “ragioni geografiche” è stato spiegato! “eppure – mi racconta un rassegnato ex operaio in pensione – malgrado fossimo  sotto pianta organica ricevemmo per due anni il premio di produzione per quantità e qualità  del prodotto”.

Aldilà degli eventi storici, non trovo nessun motivo valido per giustificare i festeggiamenti del 17 marzo.  La magnifica vista dell’Etna – avvolta nel suo candito mantello bianco, domina ora lo scenario dello stretto su cui pare magicamente galleggiare – mi accompagna fino all’ingresso del monumentale Palazzo della Provincia Di Reggio C. . Al suo interno trovo immediatamente la stanza della Mostra: all’ingresso vi è una agenda dove il visitatore, se vorrà, potrà lasciare una firma e delle sue considerazioni; i documenti, invece, sono disposti a forma di ferro di cavallo, mentre gli organizzatori si sono ritagliati uno spazio in un angolo della stanza  da dove distribuiscono opuscoli informativi.

Al centro della stanza una di fronte all’altra sembrano  fronteggiarsi, ancora una volta, la bandiera delle Due Sicilie e un vecchio tricolore con lo stemma Sabaudo; chiedo e, gentilmente, ottengo di poter fare delle foto, poi uno degli organizzatori, Gino, mi si avvicina, incominciamo a parlare, condividiamo molte idee, mi spiega molte cose e  mi racconta come qualche tempo fa una platea abbia addirittura ammutolito uno storico che si ostinava nella retorica RI- sorgimentale.

La cosa più atroce di cui si macchiarono i fratelli d’ Italia  in assoluto più delle uccisioni, delle deportazioni, delle ruberie e dell’emigrazione   è stato  di averci fatto interiorizzare il senso di colpa, del tanto “acca nti nui esti accussì”, dell’ineluttabilità della nostra condizione storico – sociale, di averci, in sostanza, regalato una mentalità da schiavo. Molta gente, grazie alle decennali battaglie di Zitara e di tanti altri meridionalisti, ultimo fra tutti Pino Aprile con il suo “Terroni”, è a conoscenza delle verità storiche celate e non accetta  più di essere insultata.

La mia visita è quasi terminata, conosco Angela, la ragazza di Gino, già “conosciuta” su Facebook, faccio loro i complimenti per la mostra e per il coraggio dimostrato. Quando imbocco nuovamente la S.s 106 mi giro a guardare  Reggio, non so cosa penserebbe oggi E. Lear di questa città che nel 1847 definì uno dei luoghi più belli al mondo, ma oggi dopo aver conosciuto questi ragazzi, Reggio, mi appare illuminata da una luce diversa che sbriciola finanche le scelleratezze architettoniche e mostra al modo il suo immacolato cuore pulsante.

Maria Cristina Condello

Maria Cristina Condello ha conseguito la laurea Magistrale in "Informazione, Editoria e Giornalismo" presso L'Università degli Studi Roma Tre. Nel 2015 ha conseguito il Master di Secondo Livello in "Sviluppo Applicazioni Web, Mobile e Social Media". Dal 2016 è Direttore Responsabile della testata giornalistica ntacalabria.it

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