XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Cristo re dell'universo

di Don Giovanni Zampaglione

Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.

+ Dal Vangelo secondo Luca 23,35-43
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Parola del Signore .

MEDITAZIONE
I membri del Sinedrio, che avevano consegnato Gesù a Pilato e ai soldati che dovevano crocifiggerlo, pensavano di essersi liberati di un uomo pio, certo, ma pericoloso politicamente. Ora, essi sono ai piedi della croce e lo scherniscono chiamandolo Messia, eletto di Dio, re. Ma Gesù, proprio in quanto Messia e Re nel compimento del piano eterno di salvezza, ingaggia sulla croce una lotta sanguinosa contro Satana, che aveva soggiogato l’uomo sull’albero del paradiso. Ora, sull’albero della croce, Cristo gli inferisce un colpo mortale e salva l’uomo. Gesù poteva scendere dalla croce e salvarsi; ma non l’ha fatto, perché altrimenti non ci avrebbe salvato. Ed ecco che raccoglie i frutti della sua passione: uno dei due ladroni crocifissi ai suoi fianchi confessa i propri peccati ed esorta l’altro a fare lo stesso, ma, soprattutto, professa la sua fede: Gesù è Re! Il Re crocifisso gli assicura in modo solenne: “Oggi sarai con me in paradiso”. Adamo aveva chiuso a tutti le porte del paradiso, Gesù, vincitore del peccato, della morte e di Satana, apre le porte del paradiso anche ai più grandi peccatori, purché si convertano, sia pure nel momento della loro morte. Del resto, noi ben conosciamo molte conversioni simili.

“Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, simile ad uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato, e non ne avevamo alcuna stima.” (Isaia. 53,2-3).

Questa la profezia di Isaia sul Cristo che, il passo del Vangelo di oggi ci presenta morente sulla croce, in cima alla quale era affissa la scritta: “Gesù il Nazzareno Re dei Giudei”, parole che possono aver sapore di scherno, per un uomo disfatto dal dolore, ma, in realtà, sono parole che hanno lo splendore della verità; perché Gesù di Nazareth, il Cristo, è realmente il Re, non solo dei Giudei, ma dell’intera umanità e di tutta la creazione. È questo il Mistero che la Chiesa oggi celebra, proponendo alla riflessione dei credenti, non l’immagine del Cristo, trionfatore della morte, che torna, circondato di gloria, a giudicare gli uomini; ma l’immagine del Figlio di Dio, che conclude la sua missione terrena, inchiodato sulla croce, mentre sperimenta, umanamente, il culmine di quella spoliazione, che Paolo così descrive: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina…spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo; divenendo simile agli uomini, umiliò se stesso, facendosi obbediente, fino alla morte, e alla morte di croce..”. (2,7-8).

Il Signore, Gesù, dunque è un Re, che si mostra sotto l’aspetto di un uomo sconfitto. “…il popolo stava a guardare…”, esordisce il passo di Luca, che la liturgia oggi ci fa leggere; Gesù, morente, è sotto gli occhi della folla che, ormai, non lo acclama, come nei giorni dei miracoli; al contrario, assiste, senza pietà, a questa esecuzione, feroce spettacolo, al quale, forse, da troppo tempo, era abituata. Il Cristo crocifisso, è, anche, sotto gli occhi dei capi, ai quali la sua predicazione aveva recato disturbo, e della soldataglia, mai sazia di violenza, uomini, che non chinano il capo neppure di fronte al dolore estremo, e alla morte, e manifestano la loro brutalità con la sfida e lo scherno, che risuonano nelle parole:«Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto… se tu sei il re dei Giudei salva te stesso».

Una sfida, non nuova per Gesù, il quale aveva sentito parole molto simili dal Satana, nei giorni lontani della tentazione nel deserto. Al Tentatore, il Figlio di Dio aveva risposto con le parole stesse della Scrittura; ora, davanti all’insipienza di uomini, che ” non sanno quello che fanno” ( Luca.23-34), Egli tace. La sua regalità, come la sua divinità, non saranno rivelate da gesti strepitosi, perché il suo potere, non si esprime coi miracoli, ma è fondato, e si realizza nell’amore che si dona, fino all’estremo limite umano. Così, Gesù resta, inchiodato sulla croce, come un qualunque malfattore, e su questa muore.

“Il mio regno, non è di questo mondo..” ( Giovanni.18,36) aveva detto al Governatore che lo interrogava, ma, nessuno, aveva compreso quelle parole. Neppure sul Calvario, la folla, che aveva esultato per Lui, per i suoi insegnamenti e per i prodigi, che egli aveva operato a beneficio di tanti, comprende chi sia quell’uomo che, senza ombra di ribellione, si lascia inchiodare sul patibolo; né possono capirlo i capi, che volevano assolutamente disfarsi di Lui, e tanto meno i soldati, abituati a brutalità e violenza.

Qui, sul Golgota, soltanto uno dei due delinquenti, condannati assieme al Figlio di Dio, riesce a cogliere qualcosa, del mistero dell’Innocente che muore e, rivolto al Cristo agonizzante, dice: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno” Lo sguardo di questo pover’uomo, un malfattore come tanti, e non più pericoloso di altri, è illuminato dalla luce della verità, che, mentre gli permette di cogliere la sua condizione di peccatore, allo stesso tempo, gli fa anche comprendere che la sua povera esistenza, sta per concludersi, non nell’abbandono desolante, ma accanto a Dio, che, in Gesù di Nazareth, si rivela solidale con l’uomo, tanto da accettare di esser giudicato come un volgare malfattore; un Dio capace di ascoltare, di perdonare e di accogliere ogni uomo, chiunque egli sia, e qualunque sia il suo carico di peccato, perché Dio è amore.

“Oggi sarai con in paradiso.” è la risposta rassicurante di Gesù, al ladro pentito; parole di perdono e di speranza; parole che, in quel tragico contesto di morte, suonano come il preludio della Pasqua, dono grande del Padre, che in Cristo ci salva. “quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me”, ( Giovanni.12,32) aveva detto il Maestro, e in queste parole è contenuto il senso della potenza e della regalità di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, morto per renderci partecipi della vita eterna. È in Lui, che ogni credente realizza la propria regalità, non fatta di potere, ma di amore che, umilmente e generosamente si dona.

Un giorno, ai discepoli che discutevano, a proposito della richiesta fatta dai figli di Zebedeo, di condividere da vicino il potere e la gloria del Cristo, il Maestro aveva detto: ” Voi sapete che coloro che sono ritenuti i capi delle nazioni, le tiranneggiano, e sapete che i loro principi le opprimono. Ma tra voi non sia così, piuttosto, se uno tra voi vuole esser grande sia vostro servo, e chi, tra voi, vuole esser primo, sia schiavo di tutti. Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per esser servito, ma per servire, e dare la propria vita in riscatto per tutti.” ( Marco.10,42-44)

È questo lo stile della regalità di Cristo e, in Lui, della regalità autentica dell’uomo, la cui grandezza e dignità si misurano, sulla capacità che egli ha, di piegarsi sul bisogno dei poveri dei piccoli, degli indifesi, degli emarginati, di tutti coloro che, in qualche modo, gli eventi della vita hanno condannato a situazioni estreme di bisogno e di dolore; è in loro, infatti, che ancora risplende il volto di Cristo, il nostro Dio e nostro Re, del
quale siamo chiamati a seguire fedelmente i passi. Amen

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