Giovanni Verga, Approfondimenti di Storia e Letteratura

Nato a Catania da una famiglia di proprietari terrieri, Giovanni Verga trascorse la giovinezza nella città natale e fu educato ai valori romantico-risorgimentali. Dopo un primo soggiorno fiorentino nel 1865, Verga si stabilì nel1869 a Firenze dove risiedette fino al “72.
Alla fine del 1872 Verga si trasferì a Milano, dove restò fino al “93. Qui Verga divenne amico di diversi scrittori scapigliati. A Milano, capitale economica oltre che letteraria d’Italia, maturò l’adesione al naturalismo e la nascita del verismo. Dopo il 1893 Verga tornò a risiedere a Catania. Nel 1920 fu nominato senatore. Morì a Catania il 24 Gennaio del 1922.

La personalità letteraria: Verga verista, risoluzione stilistica e tematica.
Giovanni Verga attua in Italia una vera e propria rivoluzione stilistica e tematica che porterà in seguito alla nascita del “romanzo moderno”. Ancora condizionato dalla sua formazione tardoromantica, Verga, nel 1878, subirà una drastica svolta nel suo modo di concepire la letteratura. Il Verga dei grandi romanzi veristi ( I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo ), rinuncia alla prospettiva onnisciente: il punto di vista narrativo, rigorosamente dal basso, coincide con quello dei personaggi.
L’impersonalità verghiana comporta, infatti, una radicale rinuncia: l’autore non manifesta più, direttamente, i propri sentimenti e le proprie ideologie, ma assume l’ottica narrativa, l’orizzonte culturale, il linguaggio dei suoi stessi personaggi. Così facendo, Verga, offre al lettore uno spaccato perfettamente reale e coerente della società, dell’ambiente e della mentalità che egli stesso ha voluto mettere alla luce: un mondo nuovo, di particolari umili e concreti, il mondo della vita materiale e dell’esistenza quotidiana delle masse contadine, entra di prepotenza nella letteratura italiana. Oltretutto, nella produzione letteraria verghiana, compaiono elementi e caratteristiche tipici del positivismo. L’adesione a quest’ultimo è tuttavia parziale:Verga ne valorizza al massimo gli aspetti materialistici e deterministici rifiutandone però gli aspetti fiduciosi e ottimistici. Ne deriva un’ ottica integralmente critico negativa, una sorta di realismo duro e corrosivo che non concede spazi di speranza e che raggiunge il suo apice in opere come Mastro Don Gesualdo o I Malavoglia.

L’adesione al Verismo:la poetica.
La poetica Verista elaborata da Verga e Capuana dipende da quella naturalistica Francese. Sul piano filosofico rivela un impostazione di tipo positivistico, materialistico e deterministico. E’ positivistica perché parte dall’idea che la verità sia scientifica e oggettiva: solo un approccio scientifico, basato sullo studio dei fenomeni reali e non più sulla soggettività delle sensazioni, può permettere di conoscere a fondo la realtà. E’ materialistica perché il comportamento umano è assimilato a quello di ogni altro animale e viene visto in dipendenza dall’egoismo individuale, dai bisogni materiali e dalla spinta del sangue e del sesso. E’ deterministica perché lega la libertà del soggetto, il quale è sempre condizionato dall’ambiente in cui vive, dalle leggi economiche e dal comportamento ereditario, che influisce non solo sulla predisposizione alle malattie, ma anche sulle inclinazioni dell’uomo. Altro elemento fondamentale della poetica verista è l’esclusione della soggettività dell’autore e quindi l’impersonalità: nell’opera non si devono vedere né i sentimenti nè le opinioni dell’autore, il quale deve comportarsi come uno scienziato e un tecnico neutrale: deve cioè limitarsi ad indicare la realtà oggettiva, senza sovrapporre la propria interpretazione o le proprie reazioni psicologiche. Bisognerà dunque partire dalle classi più basse, nella rappresentazione delle quali è più facile cogliere il nesso tra causa ed effetto e il condizionamento naturale, per poi risalire a quelle più elevate, il cui studio è più complesso, “dato che la civiltà insegna a l’uomo a nascondere i sentimenti e a razionalizzare i comportamenti e dunque rende meno evidente la radice materiale che pure li determina” (Romano Luperini).
Secondo Verga, la narrazione deve essere condotta dal punto di vista dei personaggi rappresentati: lo scrittore deve annullarsi assumendo la loro prospettiva, la loro cultura, il loro modo di vedere le cose, il ritmo stesso del loro parlare. In altri termini Verga sostiene l’esigenza di una stretta correlazione tra livelli sociologici e livelli stilistici: modificando i primi dovrebbero modificarsi anche i secondi, e il lessico e la sintassi devono di volta in volta adeguarsi al mondo rappresentato.
L’intellettuale ha ormai perduto il ruolo ideologico e la centralità protagonistica che aveva avuto durante il Romanticismo.

Le Opere:
“Vita dei Campi ”: La prima opera verista di Verga è la raccolta di otto novelle intitolata “Vita dei campi”. In essa compaiono già i primi fondamenti della poetica verista: i personaggi sono di bassa estrazione sociale (contadini, pastori, minatori delle campagne siciliane); l’autore assume la prospettiva sociale e linguistica degli stessi personaggi (impersonalità); vengono rappresentati oggettivamente e scientificamente (concezione positivistica) tenendo conto dei condizionamenti della natura e dei bisogni materiali (matrialismo-determinismo). Tuttavia trapela ancora, in questa raccolta, la formazione tardo-romantica di Verga: agli elementi veristi si contrappongono il mondo arcaico-rurale, visto in una luce romantica, quasi idillica, e la fiducia in certi valori (amore e passione).
In ogni modo Verga fa trionfare i primi (l’egoismo economico e l’ordine sociale e naturale delle cose) sui secondi (la forza dei sentimenti, con la loro carica anarchica).
“Rosso Malpelo ”: Con Rosso Malpelo, protagonista della novella, Verga trova un personaggio addirittura emblematico della diversità: non solo egli è un orfano, e dunque più debole e indifeso dei suoi coetanei, ma ha anche i capelli rossi, che simboleggiano la sua estraneità e sembrano legittimare la persecuzione sociale di cui è vittima. Qui la voce narrante è quella malevola della comunità di contadini e di minatori che si accanisce contro il protagonista perché ha i capelli rossi e dunque sarebbe, di per se, “cattivo”. Tuttavia il punto di vista dell’autore, per quanto programmaticamente taciuto e nascosto, finisce per emergere comunque dalla regia del racconto, facendo capire che Rosso non è cattivo come parrebbe. Si crea così un punto di vista esplicito della voce narrante e un punto di vista implicito dell’autore: ebbene è proprio tale divario a fondare il procedimento di “straniamento” e la stessa struttura antifrastica del racconto.

“I Malavoglia”: La vicenda è tutta imperniata sulla storia di una famiglia di pescatori siciliani (chiamati in paese “Malavoglia”) e
sulle conseguenze che in essa provoca il progresso. Il contrasto tra il vecchio e il nuovo è rappresentato dalla contraddizione fra nonno
(padron ‘Ntoni) e il nipote (‘Ntoni). La narrazione è in larga misura filtrata attraverso il discorso indiretto libero, mediante il quale, le
varie voci della comunità arcaico-rurale raccontano la vicenda. Pertanto le similitudini, le metafore, le immagini, i proverbi, esprimono sempre la cultura e il punto di vista di un paese di contadini e di pescatori, con gli effetti di “straniamento” già riscontrati in
Rosso Malpelo. Anche il linguaggio tende al “parlato” e cerca di riprodurre l’immediatezza e la cadenza della sintassi siciliana. E’ con questa soluzione tecnica, risolutamente sperimentale, che Verga risolve nei Malavoglia la questione dell’impersonalità.
Per rendere la cultura e le immagini del mondo popolare, Verga ha usato come “fonti” gli studi di antropologia, etnologia, nonché di sociologia: tale metodo è dovuto alla sua concezione scientifica e deterministica della realtà acquisita dalla cultura positivista.
Nell’ideologia del romanzo convivono spinte diverse e contraddittorie: da un lato, l’aspirazione romantica alla ricerca di valori incontaminati in un idillio premoderno, e dall’altro, l’opposta tendenza veristica a verificare, a ogni gradino della scala sociale, e dunque anche ai più bassi e primitivi, la presenza del motivo economico e il predominio dell’egoismo individuale. Tende a prevalere l’amara coscienza che la società moderna, penetrando nel mondo della campagna siciliana, ne travolge inevitabilmente i valori e i sentimenti autentici. Essi possono essere salvaguardati solo attraverso l’atto eroico della rinuncia al progresso, arroccandosi nella difesa di un mondo ormai condannato dalla storia.

“Novelle rusticane”: Il mondo romantico della campagna e dei sentimenti appare, ormai, in crisi. Infatti, Novelle rusticane, raccolta di novelle uscita nel 1883, segna una svolta decisiva. Il mondo romantico dei valori ormai non è più proponibile. A partire da questi due libri, tutti i personaggi verghiani appaiono dominati esclusivamente dalla roba, e cioè dalla logica economica e dalle leggi dell’interesse e dell’egoismo. Il metodo verista è d’ora in poi del tutto coerente con la prospettiva pessimistica e materialistica dell’autore, che, ad ogni gradino della scala sociale, scopre il meccanismo della “lotta per la vita”.
Per il materialista Verga l’umano comportamento è e sarà sempre determinato esclusivamente dall’egoismo individuale: ogni motivazione ideale dell’agire umano appare perciò sistematicamente demistificata.
“La Roba”: Protagonista del racconto è Mazzarò, un contadino siciliano che a poco a poco, tutto sacrificando alla logica economica, è divenuto il maggior proprietario terriero della regione, sostituendosi al barone. Ma il processo di accumulazione economica si scontra con la sua sostanziale insensatezza: di fronte alla morte, infatti, Mazzarò scopre il non-senso di una vita dedicata esclusivamente alla roba. Il ritmo dell’accumulazione economica diventa ritmo del racconto, trasferendosi nella cadenza di epica popolaresca. Mazzarò, inoltre, pare identificarsi con la terra stessa che possiede: uomo e natura si scambiano le parti in una sorta di panismo antropocentrico e simbolico:”Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia”. Viene a delinearsi quindi una nuova figura, tipica della produzione letteraria verghiana, e cioè quella dell’arrampicatore sociale. Ma per poco: in realtà la roba non può dare senso alla vita e l’epica dell’accumulazione si rovescia, alla fine, nella scoperta della sua insensatezza.

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