“Calabria, miliardi di sperpero pubblico” di Virginia Iacopino

“Calabria, miliardi di sperpero pubblico” di Virginia Iacopino

Riceviamo e Pubblichiamo

dalla scrittrice Virginia Iacopino

CALABRIA, MILIARDI DI SPERPERO DI PUBBLICO DENARO SPESO MALE E RUBATO AVIDAMENTE DAI FALSI MERIDIONALISTI IN COMBUTTA CON QUEI POLITICANTI A CUI INTERESSA SOLO LA PERSONALE POTENZA POLITICA ED ECONOMICA

Mi rivolgo alla nuova generazione di giovani esortandoli a riflettere bene per coronare le oneste aspettative del loro futuro in questa terra selvaggia e distrutta dalle male opere sempre incompiute per essere abbandonate dopo i reati commessi.

La Calabria ancora non riesce a trovare armonia tra uomo e natura sommersa da dissesti idrologici,terremoti,alluvioni,incontrollato smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi provenienti da tutta Europa,pericoloso inquinamento marino, terreno, atmosferico, installazione di industrie fasulle ad alto rischio salutare, progetto per la costruzione del fantasioso ponte sullo stretto di Messina, fallita costruzione delle grandi officine di riparazione di locomotive elettriche di Saline Joniche ecc. I mali secolari rimangono sempre senza giusta soluzione.

Alla vigilia della prima guerra mondiale il mezzogiorno e, in particolare la Calabria,rappresenta per la sua arretratezza politico econimico sociale una palla al piede per l’intera Italia unificata,questo affermano i settentrionali. Ma a chi, ammesso che ciò sia vero,bisogna attribuire questa situazione?

Dopo l’unità d’Italia ai calabresi, umili lavoratori, come unica alternativa all’accettazione passiva di uno stato di povertà e sofferenza rotta a tratti dallo scoppio violento di collera improvvisata sempre soffocata brutalmente con dura repressione, non rimaneva che la via dell’emigrazione massiccia.E’ storicamente affermato che tutto ciò è da attribuire ed addebitare alla classe nobiliare dei latifondisti oziosi perdigiorno e al clero unici proprietari delle terre migliori sulle quali i loro braccianti lavoravano per coltivare graminacei, ulivi, vitigni e alberi da frutto i cui prodotti venivano ripartiti in maniera sproporzionata e ingiusta. I frutti maturi, caduti a terra, gli animali morti per cause diverse spettavano ai contadini, la parte migliore andava per soddisfare lo sperpero dei padroni e dei preti. I contadini vivevano in case rurali non di loro proprietà,prive di servizi igienici e di acqua potabile e circondate da campi piantumati da gelsi le cui foglie servivano per il nutrimento del bruco del baco da seta fino a quando esso non si avvolgeva nel suo filugello (bozzolo) che veniva immerso in acqua bollente per uccidere la farfalla in esso contenuta.

Questa penultima fase di lavorazione necessitava di abbondante ed abile mano d’opera di donne e ragazzi che niente costava ai nobili e al clero. Se il clero e la nobiltà fossero stati lungimiranti avrebbero senz’altro potuto prevedere i possibili sviluppi delle successive fasi di trattura e filatura del filugello che,invece,vendevano alle filande di Como, Brescia, Milano e Veneto,avrebbero cristianamente dato lavoro ai loro coloni schiavizzati. Avremmo avuto una Calabria culturalmente e socialmente evoluta che avrebbe fermato il massiccio flusso emigratorio. Esempio molto significativo: per la crisi economica il latte, il pane, i formaggi ecc.scarseggiavano ed il loro prezzo aumentava vetiginosamente. In questa situazione quale fu la bella pensata dei cattolici clericali agrari? Fecero distruggere boschi,vigneti, alberi da frutta e uliveti per recuperare terreno in cui seminare cereali. Così facendo avrebbero arrestato l’aumento del prezzo del pane e della pasta.Volevno far concorrenza alla valle padana,all’Emilia e alla Toscana in cui si verificavano scioperi dei lavoratori socialisti e comunisti appoggiati ai sindacati di sinistra.Proposero ai contadini di lavorare le terre del latifondismo della chiesa ed aumentare anche le ore di fatica con breve riposo per la pausa pranzo. Ma i contadini non ci stettero,chiesero che la chiesa rinunciasse alla sua vasta proprietà terriera per suddividerla in piccoli lotti affinchè gli stessi lavoratori potessero beneficiare in proprio delle coltivazioni.

Questo pensiero social comunista cozzava con la questione vaticana sempre pronta e abile ad accordarsi con lo Stato per aumentare i privilegi fiscali e non pagare le tasse dovute all’erario italiano.
La coltura dei cereali si intensificò senza alcuna logica e non si fece concorrenza al settentrione che seminava in zone ricche di acqua,nelle pianure e non nelle pendici aspromontane. La mancanza di alberi le cui radici trattenevano il terreno calcareo argilloso, lo sgretolarono contribuendo così al disordine idraulico delle vallate e pianure sottostanti alle pendici aspromontane e distruggendo tra l’altro i numerosi nisiti,giardini dei poveri coltivatori lungo i margini dei letti delle fiumare che straripavano alluvionando le zone costiere che diventavano paludi infestate dalla zanzara portatrice di malaria.

Tutti i progetti, a partire dal quinto centro siderurgico della piana di Gioia Tauro col suo porto che doveva servire per lo scambio commerciale internazionale con il mediterraneo fino a finire con la centrale a carbone di saline Joniche sono state truffe colossali,beffa ai danni della popolazione che aspirava ad un giuso lavoro senza la presenza di tutti i pascolanti politici e non speculatori che hanno oltraggiato la natura.
Bisogna ricominciare,ribellarsi urlando lo slogan: lottare per restare,restare per cambiare così come fecero contadini,studenti e popolazione della provincia desiderosi di ripristinare l’agricoltura senza mettere in gioco la Calabria onesta che ha sete di giusto lavoro in questa terra selvaggia che viene continuamente distrutta per poi essere abbandonata.

Calabria, Calabria…che al vento spandi i tuoi profumi di menta,tiglio,zagare e gelsomini,trattieni qui i giovani, fiaccola di speranza, che andarono e vanno sparsi lontano in cerca di lavoro.Molti furono quelli che non vollero più tornare.Quanti saranno quelli che non torneranno?
Occorre una politica di giusti investimenti per riparare ai disastri del passato per valutare con coscienza ed intelligenza ciò che può essere recuperato e valorizzato.E’ così che potremo riconoscere gratitudine verso questa nostra terra che merita rispetto.

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