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Ogni anno qualcuno prova a eleggere “il calabrese dell’anno”, come se la Calabria fosse un podio da riempire. Ma la verità è che la Calabria reale — quella che respira, lavora, resiste — non si lascia rappresentare da un singolo volto. La Calabria vera è fatta di persone che non finiscono sui giornali, ma che tengono in piedi comunità intere. E allora sì: forse il calabrese dell’anno è una rete di uomini e donne che incarnano un’idea di Calabria che non si arrende alla retorica del “non c’è niente”.
C’è Carmine, che non si limita a organizzare eventi, ma custodisce un territorio fragile, lo racconta, lo difende, lo rende vivo. In un’epoca in cui i paesi si svuotano, lui lavora per tenerli aperti, come si tiene aperta una finestra per far entrare aria nuova. Ci sono Mimmo, Marcello, Giovanna. Nel loro caso non è solo gastronomia, è un gesto culturale, un modo per dire che la tradizione non è nostalgia, ma una forma di futuro.
Ci sono Pasquale, Giuseppe, Nicola, molto più di un esercizio commerciale, il loro: un presidio sociale, un punto di incontro, un luogo dove la comunità si riconosce e si ritrova. E ci sono i giovani come Giovanna e Saverio, che lavorano in un territorio duro, montano, bellissimo e spesso dimenticato, la biodiversità calabrese può diventare economia, dignità, narrazione.
Queste persone non cercano premi. Non hanno uffici stampa. Non parlano di “valorizzazione del territorio”: la praticano, ogni giorno, con gesti concreti. Sono loro che impediscono alla Calabria di diventare un’astrazione. Sono loro che trasformano la marginalità in possibilità.
Il calabrese dell’anno è chi comprende che vivere qui significa confrontarsi ogni giorno con l’idea di limite. Il limite geografico, economico, infrastrutturale — ma soprattutto il limite metafisico: la consapevolezza che tutto ciò che esiste potrebbe non esistere, e che proprio per questo va custodito. È una filosofia della precarietà che diventa etica della cura.
In questa prospettiva, la Calabria non è un territorio marginale: è un laboratorio ontologico. È il luogo dove si impara che il mondo non è garantito, che la realtà non è stabile, che la vita non è un diritto ma un compito. Chi resta, chi crea, chi insiste, non lo fa per eroismo: lo fa perché ha compreso che l’essere è fragile, e che la fragilità è sacra. Il calabrese dell’anno, allora, è colui che accetta questa sacralità. Che non cerca riconoscimento, perché sa che il riconoscimento appartiene al mondo della quantità, mentre la Calabria appartiene al mondo della qualità — quella qualità che non si misura, non si pesa, non si vende.
Il calabrese dell’anno è una figura metafisica perché testimonia una verità che il mondo contemporaneo rifiuta: che il valore non nasce solo dall’espansione, ma anche dalla tenuta. Non solo dal successo, ma anche dalla fedeltà. Non solo dal movimento, ma anche dal radicamento.
E forse è proprio questo il punto: il calabrese dell’anno non è chi fa, ma chi è. Chi, in un mondo che corre, sceglie di restare. Chi, in un mondo che consuma, sceglie di custodire. Chi, in un mondo che dimentica, sceglie di ricordare.
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