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Da Adelaide, una radio italiana diventa una piccola piazza di paese, un vicolo assolato, un bar con le sedie di plastica e il profumo di caffè bruciato. Il programma dedicato alla Calabria oltremare non è solo una trasmissione: è un ponte, un filo teso tra due emisferi, una memoria che non vuole spegnersi.
Vincenzo, Francesco e Amedeo, tre uomini ormai dai capelli grigi, tre voci che portano dentro il ritmo dell’Aspromonte, si siedono davanti ai microfoni come ci si siede davanti a un tavolo di cucina. Parlano in un dialetto che si è conservato intatto proprio perché è stato portato via. Ogni parola è un ritorno, ogni risata un ricordo, ogni pausa un nodo alla gola.
Le loro voci si intrecciano con l’australiano, il calabrese che scivola naturale come l’acqua di una fontana antica.
La Calabria che raccontano non è quella dei giornali, non è quella dei progetti europei, non è quella dei social. È una Calabria fatta di odori, di suoni, di riti. La Calabria delle feste patronali e delle processioni lente. Delle estati interminabili, dei fichi secchi, delle sedie messe fuori la sera per prendere il fresco.
La festa di Sant’Eufemia, soprattutto, diventa il cuore pulsante del programma.
La comunità calabrese di Adelaide in Australia si riconosce nelle parole, negli accenti, nelle storie dei conduttori dei programmi. Si abbraccia attraverso un microfono. E ogni volta che uno dei tre conduttori dice «u paisi», non serve specificare quale: è il paese di tutti, quello che ognuno porta nel cuore.
Parlare di calabresi che vivono da decenni lontano dalla Calabria, fa emergere anche una verità amara. Questi uomini, queste donne, questi anziani non torneranno. Perché la vita li ha portati altrove, perché i figli sono cittadini di un altro paese, perché i nipoti non parlano più il dialetto, perché, per i tanti calabresi emigrati la Calabria è rimasta un luogo dell’anima, non un luogo reale.
Il turismo delle radici, ascoltando i nostri emigranti, appare per quello che è: un’idea bella sulla carta, ma lontana dalla realtà di chi è emigrato tanti anni fa, ce lo dimostrano, senza andare in Australia o in Canada, coloro che sono andati a lavorare negli anni Cinquanta e Sessanta nel cosiddetto triangolo industriale. Pochissimi di loro sono tornati, quasi tutti sono rimasti dove è la loro vita, dove ci sono figli e nipoti. Gli emigranti di prima generazione non torneranno. I loro figli non hanno legami con la terra di origine dei genitori. I nipoti non hanno memoria, per loro il luogo d’origine dei genitori, è un racconto, non una destinazione.
Eppure, proprio per questo, la radio diventa preziosa. Perché tiene viva una Calabria che non esiste più, ma che continua a vivere nelle parole. Una Calabria che non ha bisogno di aeroporti o di strategie turistiche, perché vive nella nostalgia, nella lingua, nella musica.
La radio diventa un luogo di resistenza culturale. Un luogo dove la Calabria non è un problema, ma un ricordo luminoso. Un luogo dove la lingua non muore, dove le storie non si perdono, dove la memoria diventa identità.
E allora, diciamolo chiaramente: il turismo delle radici funziona solo quando le radici sono ancora vive. Non quando le radici sono conservate in un barattolo di nostalgia. Belle, preziose, commoventi. Non generano ritorni, non generano flussi, non generano futuro.
Gli emigrati veri non torneranno. I figli non verranno. I nipoti non sapranno nemmeno da dove cominciare. Il turismo delle radici, per come viene raccontato oggi, è più un sogno istituzionale che una realtà sociale. Una narrazione che consola chi la propone, ma non corrisponde alla vita di chi è partito. E ascoltando quelle voci da Adelaide, lo capisci subito: la Calabria è un ricordo, non una meta.
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