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Tra fine giugno e inizio luglio la Grecanica e la Locride si risvegliano come territori che ricordano di esistere: palchi ovunque, cartelloni estivi annunciati come se fossero Stagioni Liriche. È l’inizio dell’epopea delle sagre, un rito che non parla solo di cibo ma di potere, economia, identità.
Qui si vive due mesi e si sopravvive negli altri dieci: territori a fisarmonica che si aprono a luglio, esplodono ad agosto e si richiudono a settembre, lasciando un inverno culturale che non dipende dal meteo ma dalle scelte politiche.
Gli aeroporti lo smentiscono: Lamezia supera i tre milioni di passeggeri, Reggio il milione, con flussi autunnali vivi. Ma l’85% delle presenze turistiche si concentra d’estate perché il territorio ha costruito un modello che premia la stagionalità estrema: più eventi, più pubblico; più pubblico, più fondi; più fondi, più consenso.
La cultura strutturale non entra nel ciclo.
Reggio spende centinaia di migliaia di euro in palchi e service, mentre musei, teatri e biblioteche restano in apnea. Nei borghi grecanici e della Locride la cultura diventa folklore da cartolina: sagre del pane, del vino, della pasta.
Eppure si potrebbe vivere di cultura otto mesi l’anno: clima mite, borghi vivi, turismo lento. Si potrebbe costruire una rete culturale stabile, professionalizzare gli operatori, valorizzare archeologia, lingue minoritarie, teatro, musica. Potrebbero, ma salvo poche eccezioni — Brancaleone su tutte — non lo fanno. Manca strategia, manca continuità, manca volontà. L’epopea delle sagre è un racconto seducente, ma rivela un territorio che preferisce l’estate al futuro. E notizia delle ultime ore è che sono in forse alcuni concerti che si dovrebbero tenere durante i festeggiamenti mariani.
Si potrebbe scegliere un’altra storia. Finora si è preferito scegliere la più facile, non la migliore.
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