Monasterace: ritrovato relitto con 300 anfore antiche in Calabria

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Un tesoro sommerso di oltre trecento anfore risalenti al V-IV secolo a.C. sta per riemergere dai fondali marini della Calabria.

Il Ministero della Cultura (MiC) ha dato ufficialmente il via alle operazioni di studio e recupero del relitto individuato al largo di Monasterace, in provincia di Reggio Calabria.

Lo straordinario ritrovamento, un vero e proprio relitto 300 anfore antiche, è stato presentato a Pozzuoli, nell’ambito dell’VIII Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea presso il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.

Questa eccezionale scoperta promette di riscrivere parte delle rotte commerciali della Magna Grecia e della Sicilia, offrendo dati inediti sulla produzione e sulla diffusione dei vini della costa ionica nell’antichità.

La scoperta fortuita durante i lavori per l’eolico offshore

Il relitto è stato individuato nel 2023 durante le indagini di archeologia preventiva per la realizzazione di un impianto eolico offshore.

La scoperta è stata possibile grazie all’uso di tecnologie avanzate per la mappatura dei fondali, impiegate da un team multidisciplinare composto da archeologi marini, geologi, fisici, chimici e biologi.

Dopo la trasmissione della relazione tecnica, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia ha fatto scattare le procedure di tutela, avviando il progetto d’alto fondale “Tutela-recupero-conservazione e valorizzazione”, interamente finanziato dal MiC.

Il recupero d’urgenza per salvare il carico

Le indagini scientifiche e i rilievi fotogrammetrici avviati sul sito a partire dal 2025 hanno evidenziato una situazione critica: il carico di anfore è diviso in due blocchi distinti, distanti circa dieci metri l’uno dall’altro.

Secondo gli esperti, questa separazione è stata causata dall’azione distruttiva della pesca a strascico.

Proprio per questo motivo, la Soprintendenza ha deciso di derogare alla Convenzione Unesco del 2001 (che di norma privilegia la conservazione dei reperti in situ, cioè sul fondo del mare).

Il rischio concreto di nuovi e irreparabili danneggiamenti ha spinto i progettisti verso una scelta radicale: il recupero totale del carico per metterlo in sicurezza, restaurarlo e restituirlo al pubblico in un percorso espositivo.

Un team multidisciplinare per un recupero storico

Il delicato intervento sui fondali vede in campo una vera e propria task force coordinata dall’architetta Roberta Filocamo (RUP) e diretta sul piano scientifico dalla dottoressa Alessandra Ghelli, funzionario archeologo subacqueo della Soprintendenza.

Collaborazioni e analisi in corso

Al progetto collaborano esperti esterni, tra cui gli archeologi marini Laura Sanna e Francesco Tiboni, il funzionario restauratore Francesco Lia e il professor Mauro La Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra dell’Università della Calabria.

Le complesse operazioni subacquee e di sicurezza sono condotte in stretta sinergia con i reparti specializzati dell’Arma dei Carabinieri: il Nucleo Carabinieri Subacquei di Messina e il Nucleo TPC (Tutela Patrimonio Culturale) di Cosenza.

Attualmente sono in corso i rilievi fotogrammetrici di dettaglio e il prelievo di campioni archeologici.

Queste analisi chimiche e fisiche serviranno a valutare lo stato di degrado dei materiali e a definire il protocollo di restauro più idonei prima del sollevamento definitivo delle trecento anfore.

Per approfondimenti sulle attività culturali e di tutela del patrimonio, è possibile leggere anche l’articolo sulla memoria e legalità a Reggio Calabria.

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Author: redazione.web