Operazione Epicentro 2: arsenale dei Morelli ridisegna geografia criminale

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Reggio Calabria, 14 luglio 2026 – L’operazione “Epicentro 2” ha rivelato un vasto arsenale dei Morelli, composto da ottanta armi, esplosivi e persino lanciarazzi.

Questa scoperta ridefinisce la geografia criminale del Reggino, evidenziando la capacità offensiva e l’organizzazione delle cosche.

L’ordinanza cautelare, frutto di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), ha ricostruito una presunta alleanza tra le famiglie storiche della ‘ndrangheta.

La struttura associativa e le alleanze criminali

Il quadro accusatorio descrive una solida struttura associativa, dove le principali famiglie del mandamento di Reggio Centro avrebbero operato in sinergia.

Questo approccio cooperativo avrebbe permesso di preservare gli storici equilibri di potere e di gestire in modo condiviso le attività illecite.

In particolare, i clan De Stefano-Tegano-Molinetti, Condello, Libri, Lo Giudice, Rugolino e Morelli avrebbero formato una “sinergia federativa”.

Tale alleanza era funzionale a mantenere il predominio sul territorio, influenzare gli interessi economici locali e controllare appalti sia pubblici che privati.

Inoltre, il sistema estorsivo avrebbe continuato a gravare pesantemente sull’imprenditoria e sul commercio reggino.

Il ruolo della “casa madre” di Archi e le figure apicali

Secondo l’ordinanza, la fazione di Archi è indicata come la “casa madre” dell’organizzazione.

Da qui sarebbero state coordinate le strategie e regolati gli equilibri tra le diverse articolazioni della ‘ndrangheta cittadina.

Giorgio Benestare, detto Franco, è considerato una figura apicale della cosca Tegano.

Egli avrebbe curato le relazioni interne, coordinato la riscossione delle estorsioni e vigilato sugli accordi di spartizione degli interessi criminali.

Allo stesso modo, Giuseppe De Stefano, detto Peppone, è ritenuto promotore e referente operativo del clan.

Il suo compito era rappresentare gli interessi dei congiunti detenuti, risolvere controversie e autorizzare nuove attività economiche.

Mariano Tegano e Stefano Polimeni avrebbero gestito le comunicazioni tra le cosche, le cosiddette “ambasciate”, e coordinato le attività delle rispettive articolazioni mafiose.

Questa organizzazione, stando alla Procura, esercitava un controllo pervasivo sull’economia cittadina.

Ciò avveniva grazie alla forza intimidatrice derivante dall’appartenenza mafiosa e alla capacità di imporre decisioni in numerosi settori produttivi.

Arghillà: una piazza di spaccio fortificata

L’inchiesta approfondisce anche il traffico di stupefacenti, rivelando una struttura criminale operante nel quartiere di Arghillà.

Questa zona era considerata una delle principali piazze di spaccio dell’area metropolitana.

Il sodalizio, contestato ai sensi dell’articolo 74 del D.P.R. 309 del 1990, sarebbe stato diretto dalla famiglia Morelli, con una rigida organizzazione gerarchica.

Fabio Morelli, detto “Ciccio”, è indicato come promotore, organizzatore e finanziatore dell’associazione.

Avrebbe gestito l’approvvigionamento di cocaina e marijuana, organizzato i turni degli spacciatori e mantenuto i rapporti con i fornitori.

Il fratello Santo Morelli, detto Santino, era responsabile di una distinta batteria di pusher, pronta a subentrare durante i periodi di detenzione del fratello.

Anche Andrea Morelli, nonostante la detenzione, avrebbe continuato a impartire direttive, pretendendo una quota fissa dei proventi per le spese legali.

Il barbiere come base e il potenziale bellico

Un aspetto particolarmente inquietante è l’utilizzo di un salone da barbiere ad Arghillà, gestito da Antonino Vigliarolo.

Questo esercizio commerciale sarebbe stato trasformato in una base logistica per incontrare acquirenti, confezionare dosi e occultare stupefacenti.

La situazione si aggrava con la contestazione dell’associazione armata.

La DDA sostiene che il gruppo disponesse di un arsenale di eccezionale consistenza.

A Fabio Morelli è attribuita la disponibilità di circa ottanta armi da fuoco, ventotto ordigni esplosivi e persino lanciarazzi anticarro tipo Bazooka.

Questi armamenti, qualificati come vere e proprie armi da guerra, delineano una capacità offensiva ben superiore a quella riscontrabile in altre organizzazioni criminali.

Il racket che soffocava il territorio

L’ordinanza documenta una pressione estorsiva che colpiva non solo le grandi imprese, ma anche associazioni, piccoli commercianti e istituzioni religiose.

Tra gli episodi contestati vi è il tentativo di estorsione ai danni di una cooperativa impegnata nei lavori di riqualificazione del sagrato del Monastero della Visitazione di Santa Maria.

Giuseppe D’Agostino e il figlio Demetrio, ritenuti vicini alla cosca di Ortì, avrebbero tentato di imporre il pagamento di una tangente con intimidazioni.

Sempre a Ortì, Demetrio D’Agostino avrebbe imposto la sua supremazia all’interno della Bocciofila Ortì, pretendendo di non pagare quote associative o consumazioni.

Un altro episodio emblematico riguarda Rocco Buda e Giuseppe Iannò, accusati di minacce nei confronti del titolare di una macelleria a Villa San Giovanni.

Gli indagati avrebbero preteso la fornitura gratuita di carne, ricorrendo a intimidazioni e danneggiamenti quando il commerciante aveva tentato di interrompere il rapporto.

L’operazione Epicentro 2, secondo la DDA, restituisce il quadro di una ‘ndrangheta che unisce tradizione e modernità.

La criminalità organizzata mantiene saldi gli equilibri storici tra le famiglie e adatta i propri strumenti di controllo alle dinamiche economiche attuali.

Questo avviene attraverso una rete di alleanze, mediazioni e interessi condivisi che continua a permeare profondamente il tessuto sociale ed economico dell’area metropolitana reggina.

Per un approfondimento sulle operazioni contro la criminalità organizzata, è possibile consultare l’articolo colpo alla ‘ndrangheta.

Inoltre, l’impegno per il decoro urbano è un tema caldo, come evidenziato in cannizzaro annuncia via gallinai.

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Author: FrancescoP