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La vicenda giudiziaria nota come Gettonopoli a Catanzaro si è conclusa con una prescrizione, che spegne i riflettori su un caso che aveva sollevato notevole clamore, anche a livello nazionale. La prescrizione chiude il caso Gettonopoli, ma lascia senza risposta molti interrogativi sugli scenari emersi già il 13 dicembre 2019. All’epoca, opinionisti e programmi televisivi si erano occupati ampiamente della questione, definendo il consiglio comunale di Catanzaro “il più indagato d’Italia”.
L’indignazione cittadina e il blitz giudiziario
Le manifestazioni di protesta, caratterizzate da nasi da clown, si svolgevano davanti a Palazzo di Vetro, allora sede delle sedute del consiglio comunale, esprimendo l’indignazione di parte della cittadinanza. Si contestava una presunta “ingordigia” che aveva condotto al blitz di Gettonopoli. Molti ricorderanno l’auto dei carabinieri posizionata in via Jannoni, di fronte a Palazzo De Nobili, per impedire l’uscita mentre venivano notificati gli atti giudiziari ai consiglieri dell’epoca, informandoli dell’iscrizione nel registro degli indagati.
Giustizia e politica: un epilogo amaro
In Italia, oltre sei anni non sono sempre sufficienti per fare piena chiarezza nelle aule di giustizia. Questa situazione rappresenta un problema non solo per gli indagati, sottoposti a un lungo stillicidio giudiziario, ma anche per la popolazione. In particolare, quando l’inchiesta coinvolge una parte della classe politica cittadina, una pronuncia chiara, sia di assoluzione che di condanna, diventa fondamentale. Questo serve a fugare ogni dubbio su quanto accaduto e a fornire un’indicazione precisa ai cittadini.
La prescrizione, invece, chiude la pagina giudiziaria, lasciando però la sensazione di un “libro giallo” terminato senza aver chiarito se il reato di cui si è tanto discusso sia stato effettivamente commesso.
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