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C’è un equivoco che da anni accompagna ogni discussione sulla cultura a Reggio Calabria, un equivoco comodo, rassicurante, quasi liberatorio: l’idea che qui non si faccia cultura perché non ci sono i soldi.
È una frase che torna sempre, come un riflesso condizionato, come una scusa collettiva che ci permette di non guardare in faccia la realtà.
E invece la realtà è molto più semplice, e molto più scomoda: i soldi ci sono. Non sono infiniti, certo, e altrove ce ne sono molti di più, ma qui non mancano. Quello che manca è la scelta, la direzione, la volontà di costruire qualcosa che duri più di una sera d’estate.
Per capire quanto questo sia vero basta guardare come Reggio distribuisce le sue risorse.
Ogni anno il Comune investe più di un milione di euro in cultura, spettacolo e turismo. Non è una cifra enorme, ma non è nemmeno una cifra da città “povera”. Il problema non è quanto si spende, ma dove si spende. La parte più consistente di questo budget finisce sempre nello stesso imbuto: l’Estate Reggina. È un modello che intrattiene, ma non costruisce.
È un modello che riempie le piazze, ma svuota le biblioteche. È un modello che dà consenso immediato, ma non lascia nulla il giorno dopo.
E soprattutto è un modello che non porta turismo.
E mentre qui si continua a investire in eventi gratuiti, altrove si costruiscono sistemi culturali veri. Prendiamo Bergamo, una città che peraltro ha meno abitanti di Reggio.
Bergamo investe dodici, quindici milioni di euro l’anno in cultura. Dieci volte tanto. Ma la differenza non è solo quantitativa, è qualitativa.
Bergamo investe in biblioteche, musei, teatri, fondazioni, programmazione annuale, personale qualificato. Reggio investe in eventi estivi.
È la differenza tra costruire e intrattenere, tra istituzioni e palchi, tra continuità e episodicità. È la differenza tra una città che pensa alla cultura come infrastruttura e una città che la pensa come stagione.
Non servono soldi nuovi, serve una visione nuova.
Il gratis porta consenso immediato. Le biblioteche portano consenso lento. Un concerto gratuito riempie la piazza, una biblioteca riempie la città ma in cinque anni. È la differenza tra consenso e sviluppo.
E forse il punto è proprio questo: Reggio non ha bisogno di miracoli, né di mecenati, né di rivoluzioni improvvise. Ha bisogno di una decisione adulta.
Una città non cresce quando riempie le piazze per una sera, ma quando costruisce luoghi dove le persone tornano, studiano, lavorano, si incontrano, si formano, si trasformano.
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