La Piana di Gioia Tauro: storia, archeologia e cultura popolare

La Piana di Gioia Tauro: storia, archeologia e cultura popolare

Piana di gioia Tauro: nuovo episodio di Esplorando dietro casa

Quando Pausania, autore greco che visse nel II secolo d.C., descrisse Micene la polis achea era ormai deserta e in rovina. Molto diversa da come appariva all’epoca della guerra con Ilio, quando era il centro della grecità.

Questo paradosso ritorna per altre città trattate dal periegeta: Tebe, Orcomeno, Delo, Tirinto e perfino Babilonia definita “la più grande delle città di un tempo che il sole vide”.

Non bisogna, quindi, rimanere forviati dalla condizione attuale di un territorio perché in un qualche passato gli stessi luoghi potrebbero essere stati grandi… gloriosi.

È questa una delle riflessioni che si può cogliere fra le pagine dell’opera di Pausania. Ma questo assioma vale anche per la Piana di Gioia Tauro?

È questo che ho voluto scoprire con il mio viaggio in quest’angolo di Calabria.

Seconda per estensione fra le pianure della Calabria, la piana di Gioia Tauro occupa una vasta area della provincia di Reggio Calabria inglobando molti comuni pre-aspromontani.

Il termine “piana” suggerisce impropriamente l’idea di una pianura, in realtà la sua morfologia è caratterizzata da grandi terrazzi a forma di cuneo disposti a raggiera e convergenti verso i principali corsi d’acqua: il Mesima a Nord e il Petrace a sud.

Quest’ampia porzione di territorio offre una notevole varietà paesaggistica perfettamente bilanciata fra terra e mare.

Nel comune di Molochio,

percorrendo un itinerario naturalistico immerso nel verde, si trovano le cascate Mundu e Galasia. La prima è una colonna d’acqua che cade nel vuoto per decine di metri, l’altra si apre progressivamente verso il basso ricordando il velo di una sposa.

Nel territorio di Palmi ci sono alcune emergenze ipogee molto suggestive. E’ il caso delle grotte Pignarelle dove sono state identificate tracce di un vasto insediamento rupestre bizantino; e delle grotte della Pietrosa (note anche come grotte di Trachina), dov’è stato rinvenuto materiale ceramico dell’età del bronzo.

Indimenticabili sono gli scorci offerti dalla costa viola, dove spiagge corte dai caratteristici scogli si alternano a costoni rocciosi che cadono a picco sul mare.

Il paesaggio rurale, invece, è dominato dalla colture di ulivi e di agrumi.

Proprio fra i frutti della terra si annida la piaga per la quale questo territorio è spesso protagonista negativo della cronaca: la tendopoli di San Ferdinando e il dramma del caporalato sono le ferite aperte che nessun governo ha ancora saputo sanare.

Anche il porto di Gioia Tauro, fra i più grandi e importanti d’Europa, è spesso oggetto dei titoli dei giornali e non per nobili motivi.

Tutti questi fattori concorrono ad alimentare una narrazione in cui questo territorio sembra irrimediabilmente perso: è così che appare la piana di Gioia Tauro e la Calabria al resto d’Italia e al mondo, un pregiudizio pesante che sembra impossibile cambiare.

Se Pausania visitasse oggi la piana di Gioia Tauro proverebbe gli stessi sentimenti di quando ha descritto molte città greche del II secolo d.C: vestigia antiche ridotte a ruderi fatiscenti e città in lento e inesorabile spopolamento. Tuttavia c’è una differenza sostanziale.

All’epoca della periegesi di Pausania il ricordo del glorioso passato greco era ancora vivo ed echeggiava con forza in terra ellenica; oggi in quest’angolo di Calabria i tempi d’oro sono talmente lontani da essere stati non solo dimenticati, ma rimossi chirurgicamente tanto da negarne perfino l’esistenza.

Eppure il nostro passato non è muto, anzi ha molte storie da raccontare.

La sua voce ci giunge forte e chiara sottoforma di fonti storiche o archeologiche. Bisogna solo essere un po’ caparbi per ritrovare un’antica eredità perduta.

Con questo spirito sono salito a bordo della mia macchia e ho iniziato la mia personale periegesi per visitare le più antiche testimonianze del passato calabrese nella Piana di Gioia Tauro.

Risale al periodo protostorico, e precisamente all’età del bronzo medio (XIV secolo), il fondo di capanna identificato nel sito di Taureana di Palmi, all’interno del parco archeologico Antonio de Salvo.

Resti non strutturali, ma riconducibili a materiale ceramico o lapideo lavorato provengono da tutta la piana di Gioia Tauro e testimoniano una capillare presenza umana organizza presumibilmente in piccoli villaggi stanziati in punti strategici.

Molto più strutturata e significativa è la presenza greca che ha lasciato tracce monumentali e manufatti davvero straordinari conservati nei musei di Rosarno e Gioia Tauro.

Sono databili al periodo pre-romano (I secolo a.C. – I secolo d.C.) i resti della città Brettia nel sito di Taureana di Palmi, a Castellace e in contrada Mella nel comune di Oppido Mamertina.

A Castellace

è stata indagata un’estesa fattoria situata in contrada Torre Cillea e la relativa necropoli in contrada Torre Inferrata.

Entrambi i siti sono stati ricoperti per preservare i reperti e allo stato attuale non sono visibili. A Mella i saggi di scavo sono rimasti a vista, ma l’assenza di manutenzione non rende fruibile questo patrimonio archeologico.

Per il periodo romano dobbiamo ancora una volta citare il sito di Taureana che conserva significativi reperti come il podio di un tempio italico, un imponente edificio per spettacoli e un tratto di basolato che alcuni collegano alla via Popilia in base all’interpretazione di una fonte picta: la tabula Peutingeriana.

Nel resto della piana di Gioia Tauro, la presenza romana è tracciabile sulla scorta delle fonti letterarie che sopperiscono all’assenza di tangibili tracce archeologiche.

È il caso dell’antica Drusium,

da collocare verosimilmente nell’attuale Drosi nel comune di Rizziconi, dove si trovava una statio lungo la via popilia.

Le Stationes erano i luoghi di sosta antichi, corrispondenti alle nostre attuali aree di servizio. Si trovavano lungo le vie di grande comunicazione e servivano a far riposare i viaggiatori e i loro cavalli.

Dalle informazione attualmente in nostro possesso è possibile ipotizzare che in epoca romana la piana di Gioia Tauro fosse attraversata da una viabilità particolarmente sviluppata che rendeva questo territorio lo snodo per un traffico commerciale di un certo livello con vie di comunicazione articolate lungo la costa e da costa a costa mettendo in contatto i due mari: il Tirreno e lo Ionio.

I topoi perpetuai dalla cinematografia o della letteratura ci insegnano che il medioevo è quel periodo in cui furono edificati monasteri, castelli e cittadelle fortificate cinte da mura.

Tutte queste strutture si trovavano realmente nella piana di Gioia Tauro ed è ancora possibile visitarne i resti all’ombra degli immensi uliveti.

Nel comune di Galatro,

ercorrendo con un fuoristrada un percorso dissestato, si giunge al cospetto di una struttura in buono stato di conservazione: si stratta del Monastero di Sant’Elia.

Qui è ancora possibile riconoscere le componenti principali dell’edificio: il chiostro; gli ambienti di servizio che si articolavano tutt’attorno e un ampio spazio rettangolare riconducibile alla chiesa annessa al monastero.

In cima a uno dei borghi più belli della Calabria, si staglia il castello Normanno di San Giorgio Morgeto.

Fondato tra il IX-X secolo dai bizantini, in epoca normanna fu ricostruito e ampliato per essere, poi, abbandonato nel corso del XVI secolo. Si conserva in alzato solo la torre mastio, ma tutt’attorno emergono le creste dei muri che lasciano intuire la complessa articolazione originaria.

Il sito di Oppido Vecchio

conserva importanti testimonianze del periodo medievale. È ancora possibile apprezzare i resti della porta urbica, dei bastioni, degli edifici religiosi e gentilizi senza dimenticare le caratteristiche torri del castello ancora in piedi più per una tenace ostinazione della struttura che per volontà di chi dovrebbe valorizzare questo enorme patrimonio culturale.

Attraverso il nostro breve viaggio nel tempo abbiamo rivissuto le principali tappe della presenza antropica nella piana di Gioia Tauro, ma abbiamo anche scoperto con piacere che il passato non è un’esclusiva dell’età antica.

A Polistena, in Contrada Calù, si trova un presidio della memoria che ha particolarmente a cuore la nostra storia recente.

All’interno del Museo Civiltà e Cultura del Contadino, Salvatore Fida presidente del Gruppo Archeologico Altano, ci ha guidato attraverso le sale espositive che accolgono un allestimento di tutto rispetto per qualità del materiale custodito e criterio espositivo.

All’interno del museo sono state ricostruiti i principali ambienti delle abitazioni di fine Ottocento inizio Novecento dove gli oggetti di uso quotidiano e gli attrezzi di lavoro rivivono una seconda giovinezza.

Il Museo, specchio della passione e della dedizione per la propria terra di tutto il Gruppo Archeologico Altano, assolve a pieno al suo compito conservando oggetti pregni di significato, ricostruendo la loro funzione e la loro vita.

Nel Museo Civiltà e Cultura del Contadino ho avuto la possibilità di incontrare e conoscere persone nuove.

La prima è stata Stellario Belnava,

cultore di tradizioni popolare, che mi ha illustrato i particolari riti legati alle cerimonie religiose di Polistena nonché l’origine della tradizione della danze dei Giganti.

Successivamente si sono uniti a noi anche Vincenzo Fazari e Domenico Sorbara, due musicisti di San Giorgio Morgeto che nonostante la giovane età nutrono un amore profondo nei confronti della musica popolare.

I due musicisti hanno eseguito alcuni pezzi in cui è facile riconoscere le melodie delle nostra terra e gli innumerevoli ricordi che richiamano.

Di nuovo a bordo della mia macchina, ho guidato fino a Seminara, l’ultima tappa del mio viaggio nella Piana di Gioia Tauro, per cercare una risposta definitiva alla domanda che mi sono posto all’inizio del mio percorso.

Seminara ha un impianto urbanistico moderno che tuttavia custodisce al suo interno alcuni gioielli storico-archeologici davvero sbalorditivi.

Il paese fu teatro di importanti battaglie agli inizi del Cinquecento durante le guerre d’Italia.

Sono databili al XVI secolo le poderose mura di cinta, ben riconoscibili anche dal viadotto dell’autostrada.

A breve distanza c’è la chiesa di Sant’Antonio che custodisce al suo interno un’effige di Carlo V. I resti del più antico ospedale della Calabria, edificato nel corso del Quattrocento, sono stati di recente restaurati e musealizzati.

Mentre il Castello Mezzatesta, residenza Seicentesca restaurata nell’Ottocento, conserva solo alcuni tratti della facciata esterna.

Queste testimonianze documentano come un piccolo paese apparentemente senza appeal sia stato teatro di importanti accadimenti storici. E’ questa la sintesi perfetta di tutta la mia esperienza nella Piana di Gioia Tauro.

Il nostro passato glorioso è custodito all’ombra di ulivi secolari.

Il nostro presente è un groviglio di cemento e mattoni chiamate città e macchine che gracchiano nel traffico caotico.

Il nostro futuro è ignoto e appare come una sfida che siamo chiamati a superare. Sarà più facile ritrovare la via se riusciremo a non dimenticare da dove proveniamo.

Articolo a cura di Giovanni Speranza

Maria Cristina Condello

Maria Cristina Condello ha conseguito la laurea Magistrale in "Informazione, Editoria e Giornalismo" presso L'Università degli Studi Roma Tre. Nel 2015 ha conseguito il Master di Secondo Livello in "Sviluppo Applicazioni Web, Mobile e Social Media". Dal 2016 è Direttore Responsabile della testata giornalistica ntacalabria.it