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di Antonella Genova
Un appuntamento di grande rilievo culturale ha segnato il Vernissage del 10 aprile: successo e grande partecipazione per la presentazione delle opere di Stefano De Angelis presso l’ex Convento dei Minimi di Roccella Ionica, un progetto unico che segna la prima traduzione fotografica del sublime di Leopardi in immagini.
Stefano De Angelis è il protagonista di una mostra che segna un momento significativo nel panorama culturale calabrese, dove il sublime trova una forma nuova e inedita. L’artista rappresenta un’avanguardia: il primo fotografo a tradurre in modo organico il pensiero di Giacomo Leopardi in immagini, restituendo la tensione tra infinito e finito, natura e interiorità.
In verità, non si è inaugurata una semplice e consueta esposizione. Si è aperta una prospettiva nel modo stesso in cui si pensa il rapporto tra immagine e pensiero. Non siamo di fronte a una semplice mostra fotografica, siamo davanti a un atto culturale che pretende — e credo ci riesca — a scardinare le categorie consuete con cui si guarda la fotografia.
L’ispirazione nasce dalla presentazione del volume Silenziosa Luna di Raffaele Gaetano, tra i più autorevoli interpreti del poeta. Da questo incontro prende forma un dialogo profondo tra parola e immagine, in cui la riflessione critica si trasforma in visione fotografica. Con le opere di De Angelis, la storia della fotografia compie una nuova interpretazione, collocandosi oltre la rappresentazione tradizionale. I suoi scatti non si fermano al racconto di una Calabria pittoresca, arcaica o folklorica — come accade nella letteratura fotografica di fine Ottocento — ma tendono a scorgere l’anima, con uno sguardo che spoglia il paesaggio e lo restituisce nella sua essenza più intima. È una Calabria “senza veli”, osservata con il pudore di chi non impone, ma ascolta la sua storia.
In tal modo, la fotografia diventa sguardo: non semplice registrazione del reale, ma atto culturale e poetico.
Il pensiero artistico-filosofico
di De Angelis si inserisce pienamente in questa prospettiva.
Le opere di Stefano De Angelis non “illustrano” Leopardi: lo mettono in crisi, lo attraversano, lo traducono — parola pericolosa — in un’altra lingua che non è la fotografia come documento, ma la fotografia come pensiero.
Qui sta il punto. Non siamo nel campo della rappresentazione. Siamo in uno spazio più arduo, della trasfigurazione.
De Angelis si assume una responsabilità enorme: quella di essere, forse per la prima volta in modo organico, un fotografo che tenta di restituire il “sublime” leopardiano. Non lo sfondo pittoresco del paesaggio, non la Calabria-cartolina, non il folclore da consumo turistico o da manuale ottocentesco. No. Qui il paesaggio viene sottratto, privato del superfluo, quasi svuotato, per diventare ciò che raramente la fotografia ha il coraggio di essere: luogo dell’interiorità.
E qui entra Leopardi, o meglio la sua poeticità: l’infinito come vertigine, come smarrimento, come soglia. De Angelis tenta l’impossibile: fissare l’infinità in un’immagine. Un paradosso. Un rischio. Un azzardo che, proprio per questo, diventa interessante.
E allora la fotografia smette di essere fotografia nel senso ingenuo del termine. Non registra. Non documenta. Non conserva il reale: lo interroga. Lo mette in discussione. Lo rende instabile.
Il Sud, in questo percorso, non è più scenario. È condizione dello sguardo. È una grammatica dell’attesa, della lentezza, della sospensione. Una contro-storia della fotografia, fatta non di sistemi, ma di scarti, di fratture, di silenzi.
E l’ex Convento dei Minimi è il luogo per eccellenza: Da spazio chiuso, spirituale, quasi claustrale, a spazio aperto alla visione. Non un contenitore, ma un dispositivo simbolico. Qui l’arte non si espone: si deposita, come memoria, e che le opere restino permanenti non è un dettaglio amministrativo. È un gesto culturale. È la volontà di trasformare un evento in presenza.
L’importante iniziativa è presenziata dalla Presidente del Circolo di lettura ARAS di Roccella, Annamaria Zito, e dall’Assessore alla Cultura di Roccella, Rossella Scherl, segno di un riconoscimento istituzionale che rafforza il valore dell’evento non solo sul piano artistico, ma anche su quello civico e identitario. A testimoniare l’importanza dell’evento è anche la presenza dell’artista Giuliano Zucco, un ulteriore punto di convergenza, quasi a suggerire che non si sta celebrando un autore, ma una linea di ricerca.
Alla fine, ciò che resta è un’immagine: quella del “fulmine in un cristallo”. Definizione perfetta, quasi inevitabile. Perché questo tenta De Angelis: fermare l’istante in cui l’infinito si lascia intravedere senza diventare possesso.
Se ci riesca del tutto, non è questo il punto. Il punto è che ci provi con serietà, con rigore, e soprattutto con una ambizione oggi rara: far sì che la fotografia non sia più solo immagine del mondo, ma pensiero del mondo.
Alla fine, ciò che resta non è una celebrazione, ma una domanda: fino a che punto l’immagine può farsi pensiero senza smarrire se stessa?
De Angelis non risponde, o forse a modo proprio, del resto egli stesso è un poeta. E insiste. E in questa insistenza si colloca il senso del suo lavoro: portare la fotografia oltre la rappresentazione, verso quella zona incerta in cui il visibile diventa esperienza del limite.
La fotografia non è più l’immagine del mondo, ma diventa pensiero del mondo. E questo, oggi, è un gesto di una rarità straordinaria, che il pubblico presente approva, ne decreta il successo e applaude .
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