Africo, Reggio Calabria

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di Lilli Tripodi

Il centro abitato di Africo è compreso, come una piccola isola amministrativa, all’interno del comune di Bianco, e si stende nella località nota col nome di “Lacchi della Quercia”, tra la foce della fiumara La Verde e gli scogli di Capo Bruzzano. La storia di questo nucleo urbano è molto recente, poiché risale alla seconda metà del XX secolo, mentre il rispettivo centro storico è uno dei più interni e remoti centri dell’Aspromonte Orientale, situato a ben 600 m s.l.m., nei pressi del torrente Aposcipo, affluente della fiumara La Verde. Oggi il centro storico di Africo è raggiungibile attraverso la strada provinciale che da Bova Marina porta a Bova, proseguendo poi per i Campi di Bova e continuando per altri 7 km lungo una strada piuttosto stretta e tortuosa che giunge direttamente a Casalnuovo, antica frazione di Africo. L’impervia posizione geografica del paese, da sempre definito uno dei più isolati dell’Aspromonte, ne ha giustificato l’abbandono. La storia di Africo, il cui nome potrebbe derivare dal greco “Afrikos” (luogo arioso e soleggiato) o da “Aprokos” (“schiuma”, in riferimento al meglio di quel che rimaneva degli abitanti dell’antichissima città di Tisia, che probabilmente sorse nel suo territorio), ha inizio nel IX sec. a.C. con la fondazione della città avvenuta per opera degli abitanti della colonia locrese di Delia (o Deri). L’asprezza e la tranquillità del luogo suggerirono anche l’insediamento di un monastero, quello di San Leone d’Africo, di cui rimangono evidenti tracce in contrada Mingioia, dove fu originariamente edificata una chiesa proprio in corrispondenza al luogo in cui S. Leo si recava a meditare. Dati i continui cedimenti di questa struttura, l’edificio di culto venne ricostruito 300 m più distante e presenta tuttora esternamente le originarie forme bizantine. L’interno è stato, invece, più volte rimaneggiato, per porre rimedio ai danni provocati dai sismi cui il territorio calabrese è da sempre sottoposto, ma presenta ancora le sue particolarità: l’abside semicircolare, il campanile con le campane di bronzo risalenti all’epoca di costruzione della chiesa, la statua e una reliquia del santo. Purtroppo, già alla fine del XIX secolo iniziarono a ripercuotersi sulla popolazione africhese gli svantaggi derivanti dall’isolamento del paese e della sua frazione, Casalnuovo, in un’epoca in cui non era più sufficiente vivere con quel poco che poteva offrire la terra. La difficile condizione degli africhesi fu ulteriormente aggravata dai disastri naturali: i terremoti del 1905 e del 1908 e le alluvioni del ’51 e del ’53, che costrinsero la popolazione ad abbandonare definitivamente i territori natii. Non a caso, già dagli anni Venti Umberto Zanotti Bianco cercò di migliorare le condizioni di vita di questo villaggio aspromontano e così, nel 1930, arrivarono gli aiuti dello Stato, che dispose il consolidamento dell’abitato. Ma forse questo non fu comunque sufficiente a frenare il flusso migratorio che in quegli anni iniziava ad aumentare e che, come riporta Vito Teti ne Il senso dei luoghi, era artefice di una presa di coscienza ancora più consapevole agli occhi di chi stava fuori e vedeva, quindi, quello di cui veniva privato nella vecchia Africo. L’abbandono definitivo fu comunque dovuto a cause di forza maggiore, in seguito alle alluvioni del 1951 e del 1953. Gli africhesi ripararono tra Bova Marina, Reggio Calabria e Fiumara di Muro per fare poi ritorno alla nuova cittadina, la cui costruzione venne decretata dal ministero.

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Author: Lilli Tripodi

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