Dal Vangelo secondo Luca  17, 11-19

Dal Vangelo secondo Luca 17, 11-19

Il samaritano

di Don Giovanni Zampaglione

«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse:
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!». Parola del Signore.

MEDITAZIONE

“La tua fede ti ha salvato”. Il lebbroso samaritano, il solo straniero nel gruppo che è andato incontro a Gesù per supplicarlo.

Il solo, anche, a ritornare sui suoi passi per rendergli grazie. Il suo gesto religioso, prostrarsi ai piedi di Gesù, significava anche che egli sapeva di non avere nulla che non avesse ricevuto (cfr. 1Corinti.4,7).La fede, dono di Cristo, porta alla salvezza.  “E gli altri nove, dove sono?”. Gli altri nove avevano obbedito all’ordine di Gesù e si erano presentati ai sacerdoti, dando così prova di una fede appena nata. Ma non hanno agito di conseguenza, una volta purificati, tornando verso Gesù, la sola via per arrivare al Padre (cfr. Giovanni. 14,6), mediatore indispensabile per la glorificazione di Dio.

La misericordia di Gesù verso colui che non possiede altro che la sua povertà e il suo peccato, ma che si volge verso il Signore per trovare il perdono e la riconciliazione, non è solo fonte di salvezza personale, ma anche di reintegrazione nella comunità di culto del popolo di Dio. Nella Chiesa, la fede di coloro che sono stati riscattati diventa azione di grazie al Padre per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Colossesi. 3,16-17).  I dieci lebbrosi che implorano la guarigione, sono l’immagine dell’impotenza dell’uomo di fronte alla debolezza fisica e psicologica.

Gesù ascolta il loro grido e li guarisce, invitandoli a compiere il gesto della constatazione ufficiale della guarigione davanti ad un sacerdote, unico modo per essere riammessi alla vita della comunità.
Uno solo torna a ringraziare, pieno di fede. Gesù, affranto, constata che dieci sono stati sanati, ma uno solo salvato. Dieci lebbrosi, uno di loro è samaritano: la sofferenza ci accomuna. Gli ebrei consideravano i vicini samaritani “cani bastardi” e come tali venivano trattati. Eppure qui tutti gridano ma, una volta guariti, le differenze tornano (mistero dell’umana fragilità!): nove vanno al Tempio e il samaritano, di nuovo solo, senza un Tempio in cui essere accolto, corre dal Tempio della gloria di Dio che è Gesù. E gli altri? – nota Gesù – nulla, spariti, scomparsi. Commentando e meditando bene questo brano, ci accorgiamo che: “guarire gli uomini dalla loro ingratitudine è ben più difficile che guarirli dalle loro malattie”. Essere guariti non significa essere salvati. I nove ingrati sono la perfetta icona di un cristianesimo purtroppo ancora diffuso, che ricorre a Dio come ad un potente guaritore (una specie di mago) da invocare nei momenti di guai.

Che triste immagine di Dio si fabbricano coloro che a lui ricorrono “quando c’è bisogno”, che lasciano Dio ben lontano dalle loro scelte, dalla loro famiglia, salvo poi arrabbiarsi e tiralo in ballo quando qualcosa va storto nei loro (badate, non nei suoi) progetti. I nove sono guariti: hanno ottenuto ciò che chiedevano. Ma non sono salvati.

Rimasti chiusi nella loro parziale e distorta visione di Dio, guariti dalla lebbra sulla pelle, non vedono neppure la lebbra che hanno nel cuore. Che rapporto abbiamo con questo Dio cui spesse volte ci avviciniamo nei momenti di bisogno? Non è forse un Dio dei rimedi impossibili quello che spesse volte invochiamo? No: Dio non è il Tempio in cui abitare, ma il Potente da corrompere e convincere. Che triste idea di Dio! Una visione della fede superstiziosa e magica, che accusa Dio delle nostre malattie (dove sta scritto che siamo invincibili? chi ce l’ha fatto credere?), che mette Dio alla sbarra, accusandolo.

Davanti alla sofferenza, come i due ladroni sulla croce, possiamo bestemmiare Dio accusandolo di indifferenza. O accorgerci che sta morendo accanto a noi. Cadere nella disperazione, o ai piedi della croce. Gesù ci dice che la salute non è tutto, come spesse volte affermiamo. Certo: è un bene essenziale, prezioso, da custodire ed invocare. Ma non è vero che “basta la salute”; più della salute c’è la salvezza. Conosco malati relativamente felici e pieni di Dio, e splendidi giovani in piena forma che si buttano via nella droga. La salvezza è un benessere più profondo, assoluto, uno scoprirsi al centro di un Progetto d’amore. Signore, guariscici da ogni lebbra, da ciò che ci allontana dai fratelli ma, soprattutto, salvaci dall’ingratitudine verso di te! Amen

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