Parole Dialettali Calabresi, Tredicesimo Appuntamento. Nuovi Significati

Parole Dialettali Calabresi, Tredicesimo Appuntamento. Nuovi Significati

Tredicesimo appuntamento con la nostra rubrica di Parole Dialettali Calabresi con una piccola spiegazione del loro significato.

Questa piccola rubrica non vuole avere valore prettamente culturale fatto da esperti. Per questo motivo potrebbero esserci errori, ma i suggerimenti o correzioni sono ben graditi.

Alcuni “saggi, filosofi e storici” ammettono che “se si vuole distruggere un popolo bisogna fare sparire il loro linguaggio”. E noi ciò NON LO VOGLIAMO. Per questo abbiamo creato questa rubrica.
Un grande aiuto ci viene dato da Giovan Battista Marzano.

7 NUOVE PAROLE DIALETTALI CALABRESI

  • CATRECA: da non confondere con CADREGA (che divenne famosa grazie al trio comico ALDO GIOVANNI e GIACOMO che con molta ilarità la usarono come metodo” per riconoscere un vero settentrionale”). Catreca è una vecchia diligenza, una carrozza in cattivo stato di conservazione;
  • CUTRUZZA o CUTRUZZU: è la schiena, la spina dorsale o il coccige. Ho sentito spesso dire a mo’ di scioglilingua“ Petruzzu veniti pa livuzza? Catuzza non pozzu mi doli a cutruzza” pietro venite a raccogliere le olive da mangiare? Caterina non posso mi fa male la schiena (modo di dire per indicare uno scansafatiche );
  • GRATTALORA o RATTALORA: questa parola è interessante perché spesso cambia con il passare degli anni, nel senso che anticamente la parola era questa ma oggi si tende a storpiarla in grattarola o rattarola ….. I puristi affermano “ sei sicuro sia tu la verità”? Sarebbe l’intrigo di ….è nato prima l’uovo o la gallina!
    Si tratta della grattuggia che non serviva solo per il formaggio ma anche per la frutta ad esempio da dare ai neonati durante lo svezzamento;
  • NACA: sarebbe la culla, il lettuccio dei neonati, ma anche un’amaca. E’ una derivazione dal greco antico “vello di pecora” perché un tempo le “nache” si facevano con quel materiale. Un modo di dire tra il serio ed il faceto è “ ah ddha naca chi non si rumpiu” intendendo maledire (spesso detta in senso scherzoso) la culla che non si è rotta;
  • PURTUSU: è un buco, un foro. Ad esempio viene utilizzato per indicare un certo tipo di pasta fatta in casa cioè “i maccarruni cu purtusu” maccheroni fatti al ferretto (quello utilizzato dalle sarte per fare i maglioni) ai quali rimane un buco e che permette così al sugo di aderire completamente e rendere speciale la pasta;
  • RIZZA: questa è una delle tante parole che in base alla pronuncia cambia di significato. Rete dei pescatori, o anche i capelli ad esempio “ na fimmina rizza”, ma anche una verdura “ a nzalata rizza”.
  • TRIZZA: è una treccia, una chioma. Un tempo, oggi molto di meno, veniva fatta alle ragazzine per tenere meglio in ordine i capelli o farli entrare in un copricapo adatto (ad esempio ricordate Pippi Calzelunghe? Ebbene “haiva i trizzi” al plurale a trizza al singolare.

Modi di dire antichi

L’AMURI CHI TI PORTU S’ASSUTTIGGHJIA COMU FERRUFILATU ALLA TINAGGHIJA: letteralmente significa che l’amore che sto sentendo per te va “via via” diminuendo come il fil di ferro quando viene tagliato dalla tenaglia. Viene detto quando un’ amore sta per finire;

NON CIANGIU NO LI FICA E NO LI PRUNA, MA CIANGIU CHI SI SCHIANCAU LA MEGGHJIU RRAMA: letteralmente è non piango i fichi o le susine/prugne ma piango che si è spezzato il ramo migliore. Sarebbe il dispiacere per la perdita di un qualcosa che non si vedrà negativamente solo oggi ma di più in futuro.
Grazie a Giorgio Salvatore.

Questa piccola rubrica non vuole avere valore prettamente culturale fatto da esperti. Per questo motivo potrebbero esserci errori, ma i suggerimenti o correzioni sono ben graditi. Il nostro invito e’ rivolto a tutti coloro che ci leggono, esperti o meno della lingua.