Ottobre in Calabria, per noi nordici è ancora estate

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Ottobre è il mese che preferisco. Non per il clima soltanto, non per quella luce obliqua che accarezza gli ulivi e addolcisce persino le ferite del paesaggio.
Ottobre è il mese in cui, liberate le strade dalla frenesia di agosto, la Calabria dovrebbe finalmente mostrare il suo volto più autentico. Dovrebbe essere il tempo dell’incontro, della riflessione, del turismo consapevole, delle iniziative culturali, delle presentazioni di libri, delle sagre capaci di raccontare un territorio e non soltanto di riempire una piazza.
E invece, ogni anno, accade la stessa cosa. Si torna in Calabria e si ha la sensazione di arrivare in un deserto. Qualcosa resiste ancora il sabato e la domenica, qualche manifestazione affidata alla buona volontà di volontari e amministratori appassionati. Ma durante la settimana il silenzio diventa assordante.
Come se, terminata la stagione estiva, il territorio entrasse in una sorta di letargo dal quale si risveglierà soltanto l’anno successivo. Eppure proprio ottobre, come novembre, e poi marzo, aprile, maggio, soprattutto giugno, dovrebbe essere uno dei mesi strategici.

Mentre altrove si investe sull’autunno, sul turismo lento, sulle esperienze enogastronomiche, sui cammini, sulla cultura, sui borghi, la Calabria sembra spesso rinunciare a se stessa. Si rassegna all’idea che il turismo sia soltanto luglio e agosto, ignorando che esiste un pubblico diverso, fatto di persone che cercano autenticità, relazioni, contenuti. Persone che hanno tempo, curiosità e disponibilità economica per viaggiare fuori stagione.
C’è una sensazione difficile da ignorare. Quella che la Calabria sia ormai pensata quasi esclusivamente per i calabresi. Tutto si concentra in due o tre settimane tra la seconda metà di luglio e la fine di agosto. Concerti, eventi, manifestazioni, finanziamenti, inaugurazioni: un’esplosione di attività che sembra voler comprimere un intero anno in pochi giorni. Qualcosa resiste fino alla Festa della Madonna a Reggio Calabria, poi il sipario si abbassa. Come se la stagione fosse conclusa e il territorio avesse esaurito il proprio compito.
Il messaggio, più o meno involontario, che arriva ai visitatori, ai calabresi di ritorno e ai potenziali turisti è piuttosto chiaro: arrangiatevi. Noi abbiamo già fatto festa. Ci siamo divertiti. Abbiamo speso i finanziamenti pubblici disponibili. Adesso arrivederci al prossimo anno. Eppure il vero turismo non si costruisce per poche settimane. Si costruisce creando occasioni permanenti di scoperta, incontro e partecipazione. Se una persona decide di venire in Calabria a ottobre, a novembre o a marzo, dovrebbe trovare una regione viva. Non l’eco lontana di eventi che si sono svolti mesi prima.
Io stesso torno in Calabria in ottobre, con mia moglie, non soltanto per trascorrervi un paio di settimane, anche per mantenere vivo un legame che non si è mai spezzato. E per incontrare persone, per raccontare e raccontarmi. Quest’anno per presentare Calabria Grecanica, un libro nato dall’esigenza di dare voce, da lontano, ad una parte di Calabria spesso dimenticata o raccontata superficialmente.
Ma ogni volta mi chiedo perché tutto questo debba avvenire quasi controcorrente. Perché chi arriva da fuori deve organizzarsi sapendo che troverà poco o nulla? Perché una regione che possiede un patrimonio storico, linguistico, archeologico, paesaggistico e umano straordinario continua a considerare i mesi autunnali e primaverili come un tempo morto?
Forse il problema è culturale prima ancora che economico.

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Author: Nicola Priolo