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L’Italia ogni anno celebra lo stesso rito laico: l’uscita delle Bandiere Blu. Una classifica che sembra dire tutto e invece racconta solo una parte. La Liguria, con i suoi trentatré vessilli, è un marchio: servizi, continuità, infrastrutture, un sistema che funziona e attira milioni di turisti perché promette ciò che poi mantiene.
La Calabria, con ventitré Bandiere Blu, sulla carta dovrebbe brillare. Terza in Italia, numeri da regione in salute. Ma quei vessilli spesso, non sempre perchè ci sono meravigliose eccezioni, restano simboli senza conseguenze: medaglie appuntate su un territorio che non riesce a trasformare la qualità del mare in economia, lavoro, presenza.
La Calabria Grecanica non ha neanche una bandiera blu, non per mancanza di bellezza, ma per mancanza di servizi, manutenzione, continuità amministrativa, visione. È un territorio che vive di un’estate corta e di un turismo di ritorno, non di un sistema turistico.
E allora la domanda è semplice: a cosa servono le Bandiere Blu se i turisti non arrivano? Se la Liguria con 33 vessilli conta cinque milioni di arrivi e la Calabria solo un quinto, di chi la colpa? Non del mare che è meraviglioso, il problema è tutto ciò che (non) gli sta intorno. Senza infrastrutture, senza un racconto coerente, senza una strategia, il vessillo resta un ornamento, non un motore.
La Calabria ha tutto, ma non riesce ancora a farlo vedere. Le Bandiere Blu dovrebbero essere un punto di partenza, non un traguardo. Finché non diventeranno parte di un progetto più grande, resteranno ciò che sono oggi: un potenziale non trasformato.
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