Quando la cura è anche una questione di geografia

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La figlia di una coppia di amici reggini deve affrontare un delicato intervento chirurgico in uno dei pochi centri specialistici italiani, a Milano. Il problema non è tanto l’operazione in sé, quanto tutto ciò che la circonda: la mamma che deve lasciare Reggio Calabria per settimane, affrontare tante spese, organizzare una permanenza lontano da casa.
La medicina moderna concentra le competenze più rare e complesse in pochissimi poli nazionali, al Nord, qualcosa a Roma.
La Calabria possiede professionalità e alcune eccellenze riconosciute, ma non dispone della stessa concentrazione di super-specializzazioni.

La conseguenza è che la migrazione sanitaria non trasferisce soltanto pazienti. Trasferisce anche fiducia, relazioni, riconoscenza e risorse.
Una famiglia che trascorre settimane o mesi in un grande ospedale del Nord crea un legame con quella struttura. Nel tempo, questo legame può trasformarsi in donazioni, volontariato, sostegno alla ricerca, lasciti testamentari e prestigio sociale.
Non è un caso che grandi realtà come il Gaslini o il Meyer raccolgano ogni anno milioni di euro attraverso fondazioni, benefattori e campagne di fundraising.

La qualità attira pazienti, i pazienti generano reputazione, la reputazione attira donazioni, e le donazioni rafforzano ulteriormente la qualità. È un circolo virtuoso che si autoalimenta. Il tema centrale non è inseguire Milano o denunciare continuamente le carenze del Sud.
La sfida consiste nel costruire in Calabria alcuni poli di eccellenza riconoscibili, credibili e attrattivi, capaci di generare fiducia, prestigio e partecipazione.

Una regione non cresce soltanto trattenendo i propri pazienti. Cresce quando riesce a trattenere anche la fiducia, l’orgoglio e il senso di appartenenza delle sue comunità. In fondo la domanda non è perché oggi una famiglia calabrese debba andare a Milano. La domanda è cosa bisogna costruire affinché domani qualcuno sia disposto a fare il percorso inverso.

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Author: Nicola Priolo