Tag: Cultura

  • E’ difficile

    E’ difficile

    E’ difficile spiccare il volo quando qualcuno ti ha spezzato un’ala…solo piccoli salti nel vuoto.

    E’ difficile camminare  senza un bastone quando gambe stanche di salite e arrampicate cercano riposo.

    E’ difficile sentire il cuore quando il sentimento e’ sordo…un boato ha spezzato i suoi timpani.

    Se si cade troppe volte che senso ha rialzarsi…per poi morire.

    La scia di una cometa lascia un segno nel cielo cosi come l’amore lascia tracce del suo passaggio.

    E’difficile non capire se si parla apertamente…..se si odia per azioni ribelli di un dolore.

    La forza della vita e’ nell’uomo ancor prima che egli venga alla vita.

    E’ difficile perdonare chi uccide un embrione….

    cosi come e’ difficile sopportare la negazione di generare vita…..

     

  • Sorridi sempre

    Sorridi sempre

    Sorridi sempre alla vita

    anche quando e’ troppo dura la salita,

    quando le angosce sono come serpi della steppa

    e le stagioni perdono i colori.

    Sorridi sempre alla vita

    anche se a volte l’odore acre di un dolore

    si mischia e copre il profumo dei gelsomini…

    Anche quando un pianto interrotto da una carezza

     e’ seguito da un pugno in faccia inaspettato.

    E poi anche quando la falsita’ si prende gioco dei tuoi sogni,

    il destino si contorce e non si prostra ai tuoi bisogni.

    Sorridi sempre alla vita

     anche quando questa sembra una corrida infinita

    e in quell’arena di vecchie rappresentazioni

    il tuo sorriso sara’ come l’applauso dello spettacolo piu’ bello.

  • Se ti guardo negli occhi

    Se ti guardo negli occhi

    Se ti guardo negli occhi non puoi capire

    se lo sguardo si perde negli abissi dell’indifferenza.

    Se ti guardo negli occhi non puoi fuggire

    se l’emozione come felce si arrampica al  cuore.

    Se a volte provando una piccola commozione

    mi osservi come un barbone osserva le luci accese in una casa…

    immagina il calore,le persone,la vita.

    Vita che al di la’ di un portone e’ solo dolore

    tra vecchi cartoni e fredde panchine.

    Come quel barbone immagina il vivere al di la’ dei vetri di una finestra chiusa….

    tu immagina il mio dolore al di la’ delle lacrime.

    Se ti guardo negli occhi posso capire chi sei,

    se hai vissuto o sopravvissuto,sei hai volato o ti sei arrampicato,

    se hai giocato o sei ti sei innamorato.

    Al di la dell’iride c’e un mondo sconosciuto e a volte guardandoti negli occhi

    riesco a scoprire quel posto nascosto dove riposa

    il piu’ grande tesoro.

    Se ti guardo negli occhi  mi perdo attraverso labirinti di pace e oceani di luce.

    Dipingo con pastelli  i giorni infelici ,

    ubriaco di gioia  i sensi assopiti.

    Se ti guardo negli occhi…

    continuo a vivere.

  • In amore

    In amore

    Parlarti non posso…

    e rimani inerme ad osservare il mare.

    Cercarti mai piu’….

    ricordando promesse proibite intenzioni d’amore.

    Sentirti nelle vene come fluido scende il sangue…

    la mia linfa di vita sei tu.

    Camminare in quei labirinti dove i sogni,

     non sono altro che arcobaleni  usati come frecce,

    per lanciare felicita’ e bucare la vita di quell’uomo fallito.

    Poi di nuovo sussurrare al vento i tuoi segreti

    e farli volare in alto per poi perderli nel blu cobalto di un tramonto vi

    troppo vicino alle stelle.

    Tutto questo…..in amore.

  • L’amore adesso

    L’amore adesso

    Non servono parole,

    tutto tace,silenzioso,malinconico,

    il sorriso e’ tutto cio’.

    Il sorriso di quell’uomo che ama la sua donna.

    Mai avrebbe creduto di cedere al cuore,

    mai pensava di cadere in tale trappola.

    Una catena d’anelli dolci come il miele,

    dove ogni bacio e’ delizia per il suo palato.

    Senza nuvole all’orizzonte….in un ciel sereno ,

    si lancia in picchiata lo sguardo felice di chi ama.

    Suona nell’aria un eco,

    vibrazione di un sinuoso  nome…”amore”.

    La pace dei sensi,

    racchiude in vecchi scatoloni le angosce del passato.

    Ormai la polvere sui ricordi spazzoli via…

    non da piu’ noia un vecchio rudimento del passato.

    L’amore e’ adesso.

  • Occhi tristi

    Occhi tristi

    Occhi tristi velati da ombre lucide…

    le lacrime,

    sempre li,

    sempre presenti,

    ogni passo,

    ogni giorno della vita.

    Forse occhi tristi non sara’ una convinzione,

    portera’ rassegnazione e qualche volta dolore.

    Non guardare mai una donna negli occhi…

    se li avesse tristi te ne potresti innamorare.

    Non cercare mai di consolare occhi tristi…

    perche’ il cuore ama lacrime amare,

    batte piu’ forte quando l’iride si specchia

    nel riflesso di uno sguardo perduto.

  • Come petali di rosa

    Come petali di rosa

    Come petali di rosa,

    sotto un portico dalle mille luci,

    indecente vola via quell’ultimo sospiro.

    Non e’ amore.

    E’ dolore quella stretta di cuore che le viene

    ogni volta che si apre il portone.

    E quei soldi gettati li,

     come a voler credere di comprare

    quel giovane corpo.

    Una rosa e’ profumata,

    e’ bella,

    e’ elegante….anche quando punge.

    L’uomo e’ come quell’erbaccia che cresce ovunque

    e a volte e’ cosi alta da coprire i roseti.

    Come un petalo di rosa….

    la donna che lascia il suo profumo,

    un segno del suo passaggio,

    un anelito d’amore anche dove,

    quel codardo filo d’erba la vuole intrecciare.

     

  • La verita’

    La verita’

    Sperduto in un posto nascosto,

    caduto in un precipizio e circondato da mistiche sembianze

    un volto sconvolto…

    Quell’uomo triste appeso tra smarrimento e sgomento,

    tra vuoto e oppressione,

    con gli occhi sbarrati e un poco lucidi se ne va.

    Ma dove versa il suo sospiro?

    Forse e’ stato schiaffeggiato da un dio disonesto,

    forse medita fughe e arrampicate su specchi rotti e maledetti.

    No quell’uomo e’ solo privo della sua dignita’…..

    perche’ oggi scopre quella che  e’ la vertita’.

     

  • Inferno e paradiso

    Inferno e paradiso

    Apre a sprazzi l’orizzonte,

    squarcia forte arcobaleni di sole,

    il tuono di un eco.

    Eco di parole rifiutate dal suono,

    mute,perse,arrampicate ai no, ai ma e ai se’.

    Triste sospensione del tuo essere,

    arricciature di un vestito sgualcito dal tempo

    misto a sbiaditi colori che si intrecciano nel cielo.

    L’inferno e il paradiso sono figli dello stesso giorno,

    attimi indivisibili….opposti fra i pensieri,

    come il bene e il male,

    il pianto e il sorriso,

    il dolce e l’amaro.

    Sono brusche sensazioni quando nel tuo cuore

    c’e’ confusione ,rassegnazione,dolore.

    Poi arriva il vento e porta via la tempesta…

    va via l’inferno e rimane il paradiso.

    Per sempre.

  • Pasqua

    Pasqua

    Nella vita di ogni giorno

     non c’e pasqua senza resurrezione…

    Risorgi ogni volta che una spinta ti fa conoscere

    il buio del precipizio…

    Ogni volta che cerchi qualcosa che non c’e’…

    Risorgi se credi che non hai piu’ spazio e tempo per te…

    Anche quando la gente ti fa male,

    il dolore ti sfonda il petto,

    il cuore innamorato ti mostra rigetto.

    Risorgi uomo…

    perche’ proprio quando e’ vicina la fine

    e’ il momento migliore per rinascere.

  • Credo nell’amore

    Credo nell’amore

    Credo nell’amore…

    L’espressione piu’ malinconica di un antico dolore.

    La sveglia che suona ad ogni nuovo giorno,

    il latte caldo che mi accompagna nel piu’ dolce sonno.

    Di battiti smorzati sa il pensiero di un gioco di sguardi,

    e affonda radici nei gesti piu’ semplici del vivere quotidiano.

    Ci si affanna a inseguire gli amori,

    ci si perde a scegliere i sogni,

    come un gabbiano vola alla ricerca di un lido solitario

    chi crede nell’amore e’ sempre alla ricerca di una nuova spiaggia soleggiata.

    Non sbaglia chi crede nell’amore

    Piuttosto si illude chi vorrebbe rinchiuderlo in  bottiglia mettendolo in apnea…

    L’amore lo puoi racchiudere solo in una clessidra,

    farlo parte del tempo e come il tempo cambierà,

    passerà,

    si evolverà e da li un nuovo dolore o una nuova gioia nascerà .

    Credo nelle piccole soddisfazioni,

    nelle piu’ grandi emozioni del mondo,

    dal colore vivo e immenso di un tramonto,

    al luccichio maestoso di una bella stella.

    Credo nella stretta di mano che mi sorregge in un tortuoso cammino,

    nelle sere d’estate che sanno ancora di gelsomino,

    nei sussulti del cuore per un’emozione nascosta.

    Credo nell’amore come nella piu’ alta visione dell’universo,

    nella sveglia al mattino presto,

    quando tutto tace e solo l’eco del mio nome e’ il sottofondo di quel giorno,

    io esibizionista del mio io,

    io che credo nell’amore solo per amor mio.

     

  • Briciole

    Briciole

    RESTI DI UN PASTO AVANZATO…
    ORMAI CONSUMATO.
    BRICIOLE…
    RICORDI DI UN TEMPO NON ANCORA PASSATO.
    RACCOGLI E POI TI PENTI…
    DECIDI.
    LE LASCI LI,
    SU QUEL TAVOLO GIA’ APPARECCHIATO…
    FORSE ASPETTI UN RITORNO
    PER GUSTARE QUEL CIBO CHE TANTO TEMPO HAI DESIDERATO.
    BRICIOLE…E TI SAZI.

  • Gli Haiku

    Gli Haiku

    Come sole
    nascosto tra i monti
    il breve sospiro.

    Li,
    un puntino lontano
    scia di una vita.

    Brina sull’erba
    cala il sipario
    arriva la sera.

    Sbatte le ante,
    accordi di tuono
    illumina il cielo.

    Tamburo battente
    emozione carpita
    nell’ombra di te.

  • Apnea

    Apnea

    COME IN APNEA E’ COLUI CHE ASPETTA TIMIDO UN SORRISO,

    ZITTO E QUIETO,SENZA FIATO,

    SE NE STA IN UN ANGOLO DELLA SUA VITA AD ASPETTARE.

    MA ASPETTARE A CHE SERVE?

    GUARDARE COME LA VITA SI PRENDE GIOCO DI TE…………..

    SPERARE CHE QUALCUNO INNALZI IL TUO “SE”……………

    SE FOSSI,SE AVESSI,

    NON SONO FORSE TUTTI I TUOI SE’ A TENERTI  INTRAPPOLATO IN QUELL’ANGOLO BUIO,A TRATTENERTI IL FIATO!

    LIBERA IL TUO RESPIRO.

    ANCHE TU PUOI CIBARTI D’ARIA E SENTIRE COME IL PESO DEL CUORE VIA VIA ALLEGGERISCE .

    L’APNEA E’ UNO STATO COSCIENTE CHE LA MENTE A VOLTE SI CONCEDE

    PER CHIUDERSI IN QUEI DOLORI INSORMONTABILI.

    ORA TI SENTI SOFFOCATO DAL TUO MONDO E SOLO IN UN PROFONDO RESPIRO IL TUO IO SI SALVERA’.

    FINALMENTE NON ASPETTERAI UN SORRISO,

    SARAI TU A REGALARLO A CHIUNQUE TI FARA’ RESPIRARE.

  • L’impossibile vivere

    L’impossibile vivere

    Di affanni non di pene muore un uomo.

    Ci si affanna ad inseguire i sogni,

    a scoprire nuovi mondi,

    a cercare amore,

    a imprigionare un’ emozione.

    L’impossibile vivere non e’ altro

    che un desiderio nascosto tra le rughe della vita,

    quel volere ad ogni costo

    intraprendere quella salita,

    quel sorriso beffardo di una nuova illusione.

    L’impossibile vivere e’ cercare di interpretare

    un qualcosa che immaginiamo solo nella nostra fantasia.

  • L’impressione

    L’impressione

    gullo carmenRicatti di futili ossessioni….

    le foglie al vento come le impressioni,

    sbiadiscono i misteri nella nebbia dei perche’.

    Ieri in soffitta trovo cornici d’altri tempi,

    confusione di antichi relitti,

    gli stessi abbandonati in quel mare dei ricordi.

    Relitti di pensieri,

    relitti di dispiaceri,

    sogni smarriti e prati fioriti.

    In mezzo al mio se e perche’ c’e’ un po’ di te…

    ed ho come l’impressione che qualcosa torni  a bussare

    tra le tristi incomprensioni.

  • Il politicante

    Il politicante

    gullo carmenRigurgiti di stentato clamore,

    ostentati sorrisi senza pudore.

    Il politicante….

    uomo dalle mille maschere

    protagonista  su un palcoscenico di false rappresentazioni.

    Oggi cala il sipario,

    domani chissa’ cosa si inventera’.

     

  • Il volo

    Il volo

    gullo carmenSporadiche note di un organo antico,

    nel freddo stupirsi ,

    ancora una volta rapito.

    Lieve un cipresso ondeggia le foglie….

    nei nidi passeri assopiti dai primi raggi e tepori.

    E come un volo la mente ritorna a ristorarsi ,

    la dove infieriscono i suoni di giochi,di urla ,

    di bimbi cresciuti a rincorrere i sogni.

    In volo ne afferri uno…

    la sua scia ,come quella di una cometa,

    persiste ancora nei giorni.

    Realizzi un desiderio in quella clessidra del tempo,

    oggi sei tu….quel volo felice.

     

  • Dolce sentire

    Dolce sentire

    carmen gulloDolce sentire,

     la neve che accarezza questi alberi,

    anime della terra.

    Dolce sentire,

    una carezza sull’impronta del cuscino,

    lasciata da chi non e’ piu’ il mio cammino.

    Sparsi e persi i lamenti,

    quei giorni di baci rubati,

    fiori troppe volte recisi…

    occhi che ora non hanno orizzonti per vedere.

    Dolce sentire ,

    il pezzo di un brano ,

    un amore lontano…

    mi chiede di te.

    Dolce sentire ,

    il tuo ritorno da me.

  • Ascoltami

    Ascoltami

    carmen gulloQuando gli occhi umidi di dolore,

    chiusi rimarranno per sentire il lieve suono delle mie parole,

    ascoltami .

    Quando il sole ci regalera’ il suo tramonto migliore e io non avro’ piu’ un abbraccio a cui aggrappare le mie debolezze,

    ascoltami.

    Se il mondo trema e’ per la tua assenza…

    se il cuore frena e’ per la tua indifferenza.

    Cadono le foglie…non per morire,

    per rinascere.

    Cambiano le stagioni…non per dimenticare,

    per rinnovare la vita.

    Soffoca la vita,stretta al laccio emostatico di un male interiore.

    Quel male che provoca la lontananza,il cambiamento,l’incoerenza,

    l’uomo stolto che non sa piu’ ascoltare.

    Allora adesso tu mi ascolterai.

  • Il buio nei pensieri

    Il buio nei pensieri

    scala_di_grigio_occhi_verdi_con_luccichiiSpentosi il giorno rivivo quei lampi di forti e ansiosi pensieri.

    Mancata onesta’ in quel di ieri,

    peccato assoluto,rinnegato e assolto ,

    chinandosi il capo quell’uomo capi’.

    Se ancora lontani i fuochi fatui si vedon da qui…

    Quando ritroverai la strada del cuore?

    In mezzo a fiaccole son passati anni ,

    e la via non vedevi,cieco ,afflitto,sconfitto,

    da ombre di vecchi rancori,di antichi dolori,

    il buio nei pensieri.

  • Fidarsi

    Fidarsi

    gullo carmenFidarsi e’ un raggio di sole…..che puo’ abbagliare,che puo’ scottare.

    Fidarsi e’ il sole d’inverno che illumina  fredde cognizioni.

    Fidarsi e’ un momento…si apre il cuore.

    Non e’ una nuvola grigia a tenere lontana la primavera.

    La rondine ritorna al suo vecchio nido fidandosi del tempo clemente.

    Un bimbo inciampa sui passi…cade e si rialza…si fida della mano della sua mamma.

    Il cuore si fida di un battito forte,di una parola nata per caso in uno sterile pomeriggio di breve rappresentazioni.

    A volte fidarsi regala immense emozioni…

    altre fidarsi e’ la fine dei giorni,

    e’ pazienza nata dai timidi sguardi,

    e’ delusione per quell’amore in cui credevi e non c’e’.

    Fidarsi vuol dire”ti offro la mia vita,fai cio’ che vuoi e colorala come un pittore fa con la sua tela”

  • L’infinito

    L’infinito

    gullo carmenPoster di stelle nel cielo.

    Sui muri della solitudine appendo manifesti di malinconia,

    capricci d’amore nei deserti percorsi del cuore.

    L’infinito e’ nei se…

    se potessi,se avessi….

    L’infinito e’ un sogno rapito e ammaliato

    dove l’uomo puo’ ancora volare.

  • Un nuovo mondo

    Un nuovo mondo

    gullo carmenSpargendo lacrime come petali strappati ai fiori,

    in questo mondo rinchiuso nel dolore di spasmi,di offese,

    di languide bugie.E poi finire in quell’inferno di giorni muti, sordi e sconfitti dalle percussioni di tristi allucinazioni.

    Un soffio,un anelito di vita spunta come un germoglio…

    E’ difficile pensare al mondo come a una giostra di emozioni, che turba il vivere di bimbi,offesi da mano lurida ,da orchi cattivi.

    E’ indescrivibile un mondo dove la vita non e’ piu’ vita ,quando si ferma davanti alle delusioni, dettate da chi uccide innocenti nel nome di un amore malato.

    E’ impossibile immaginare un mondo dove le lacrime si trasformano in petali ,petali di quei fiori che profumano l’aria e nascono sugli asfalti del mondo che vorrei.

    Tutto questo , l’incubo reale del nostro mondo …

    ma si puo’vivere in un sogno …

    un nuovo mondo dentro agli occhi miei.

  • Semplicemente

    Semplicemente

    gullo carmenSemplicemente avvicino la mano e la carezza mi sfugge,

    abbandonandomi a pensieri ripidi e impervi.

    Semplicemente cerco una voce che mi dia il coraggio,

    il coraggio di esistere e di soffrire,

    il coraggio di vivere o morire.

    Semplicemente alzo gli occhi al cielo.

    Orizzonti troppo lontani,

    lidi abbandonati nelle fredde stagioni,

    gabbiani adagiati su vecchi barconi.

    La visione della vita e’ tutta in salita

    quando il cuore non trova ragioni

    e la ragione non  si lascia scolpire dagli amori.

    Io e te.

    La semplicita’ nel mondo.

    Perche’ semplice e’ l’amore

    se discorsi semplici fa il tuo cuore.

  • Il terremoto del 1783 e la malaria

    La sismicità del territorio calabrese è una costante della sua storia. Senza soffermarsi sulle varie teorie fornite da geologi e sismologi si può affermare che la Calabria come la Sicilia, perché situate nel campo d’azione dei vulcani Etna, Vesuvio e Stromboli, hanno il doloroso primato dei terremoti. Infatti nei secoli XI e XII in Calabria si verificò una lunga serie di terremoti che ripresero, dopo una breve pausa, nel XVIII secolo anche con formidabile intensità. Il terremoto divenne così nella coscienza collettiva manifestazione dell’ira divina contro i peccati umani che avevano superato ogni limite. E l’ira divina castigò a più riprese e con più o meno violenza i peccatori di Calabria.
    Dei 188 sismi disastrosi e disastrosissimi registrati tra il 1501 ed il 1929 in Italia, ben 26 hanno avuto come teatro la Calabria. A questi che fecero “storia” per la loro intensità sono da aggiungere una successione di piccoli e medi terremoti che, pur risparmiando le persone ma non le cose, hanno formato un continuum senza tregua nella vita del Mezzogiorno intero. Infatti non poche volte i terremoti che noi fissiamo in una data hanno costituito dei veri e propri periodi sismici di varia intensità e durata.
    Il terremoto calabrese del 1783 che fu forse il più violento a colpire l’Italia negli ultimi due secoli tanto, che la stessa catastrofe del 1908 di Reggio e di Messina non ha potuto farlo dimenticare, fu caratterizzato da numerose scosse telluriche durate circa tre anni. Tale fu l’entità del sisma che, scrisse Colletta

    …nulla restò delle antiche forme, le terre, le città, le strade, i segni svanirono; così che i cittadini andavano stupefatti come in regione peregrina e deserta.

    L’intero aspetto del territorio fu sconvolto nei tracciati ed i sistemi di viabilità, nella topografia dei siti, nelle strutture orografiche e nella sua struttura idraulica tanto che in molte località si inaridirono antiche fonti, ne sorsero di nuove, alcuni fiumi abbandonarono l’antico letto, si produssero crepacci e talvolta succedeva che l’acqua non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari, che sul terreno si formavano e, dal centro delle medesime piuttosto che da altre parti scaturiva.
    Suolo avallato a figura quasi circolare nel distretto della contrada detta la Giuseppina in Poliftina, e lago ivi prodotto
    La compressione delle acque sotterranee provocò, come scrive Colletta

    …l’acqua o raccolta in bacini o fuggente mutare corso e stato, i fiumi adunarsi a lago o distendersi a paludi, o scomparendo sgorgare a fiumi nuovi tra nuovi borri, o correre senza origini a inondare e isterilire fertilissimi campi.

    Un esempio di tale fenomeno fu l’abbassamento della valle del fiume Mesima. Infatti, in tutta la pianura che circonda la collina dove sorge Rosarno si produssero conche circolari, approssimativamente della grandezza di una ruota di carrozza; esse erano piene di sabbia o di acqua sino a 5-6 metri. In alcuni punti fecero bruscamente irruzione dal suolo abbondanti corsi d’acqua melmosa in altri, invece, comparvero dalla terra
    Aree colpite e Centri interamente distrutti dal sisma del febbraio e del marzo 1783.
    enormi zampilli che si alzavano sino a dodici e talvolta venti metri. Le scosse telluriche provocarono gigantesche frane che andarono ad ostruire il corso dei torrenti dando origine a numerosissime formazioni di paludi; soltanto tra Sinopoli e Seminara si formarono ben 52 tra laghi e stagni e non farà meraviglia apprendere che nel periodo sismico tra il 1783 ed il 1787 sorsero ben 215 laghi in tutto il territorio interessato. Tale disordine idraulico, unitamente a non idonee condizioni igieniche, favorì una persistente epidemia di malaria che causò la perdita di un numero maggiore di abitanti rispetto a quello provocato dal terremoto.

  • I Riza… La lunga radice dei Greci di Calabria

    I Riza… La lunga radice dei Greci di Calabria.
    Allargando gli orizzonti… dall’Italia bizantina alla Calabria bizantina
    Alla morte di Atalarico, nipote e successore di Teodorico, nel 534 gli insanabili scontri ereditari fra i Goti diedero all’imperatore d’Oriente, Giustiniano I (527-565) l’atteso pretesto per intervenire in Italia. In generale questo faceva parte di un complessivo piano di riconquista della sezione occidentale dell’Impero considerata parte della comune eredità romana.

    Inoltre, senza dubbio, i bizantini trovavano nell’Italia meridionale genti di comune radice culturale, gli eredi ellenofoni della Magna Grecia. Com’è noto, l’anima latina e quella greca avevano da sempre convissuto nella storia dell’Impero Romano in quella magnifica osmosi civile che ben conosciamo. A proposito dell’identificazione culturale con l’Impero medesimo bisogna notare che i Bizantini definivano essi stessi Romioi in altre parole Romani. Lo stesso cognome Romeo tutt’oggi presente nella Calabria di radice bizantina significa, in greco, “romano”.

    Lo scontro fra Goti e Romei durerà circa vent’anni, dal 535 al 554, stremando non solo i combattenti quanto la stessa Italia campo di battaglia ed oggetto della contesa. La “pacificazione” dell’Italia resse ben poco. Nel 568, infatti, l’invasione longobarda sconvolse gli equilibri della Penisola costringendo i Bizantini ad una coabitazione con i vari principati longobardi che si vennero a creare in vari punti d’Italia. In linea di massima per qualche tempo i longobardi si attestarono maggiormente nel nord lasciando l’area meridionale all’Impero d’Oriente. Già dal VI secolo, in ogni modo, i domini bizantini d’Italia vengono organizzati politicamente in Esarcato (In questo stesso periodo s’inizia ad utilizzare la parola exarchos con il significato di comandante militare supremo). L’Esarca d’Italia era così l’autorità suprema della Penisola. Sino alla conquista longobarda del 751, sede dell’Esarcato rimase Ravenna data la sua posizione strategica anche per il controllo dell’Adriatico. Già all’inizio del VII secolo il territorio bizantino in Italia si era ridotto alla Laguna Veneta, alla Romagna, alle Marche settentrionali, allo stretto corridoio umbro della Via Armerina al Ducato di Roma, a quello di Napoli alla costa pugliese ed a quello calabrese a sud del Crati. Sardegna e Sicilia appartenevano all’Esarcato d’Africa. Solo verso la fine del VII secolo la Sicilia stessa fu trasformata in Tema con giurisdizione anche sulla Calabria. In quello stesso periodo il nome Calavrìa fu trasferito dalla Terra Salentina all’antico Bruttium. L’odierna Calabria appunto.

    Nei primi decenni del IX secolo iniziò la conquista araba della Sicilia promossa dagli Aghlabiti. La conquista della Sicilia non fu contrastata decisamente poiché il potere centrale pareva più preoccupato di difendere gli stessi Balcani insidiati dall’espansione islamica (Gli arabi avevano, infatti, presa Creta nel 826). La presenza araba in Sicilia favorì anche sul continente la diffusione di truppe mercenarie nordafricane al soldo degli stessi duchi bizantini. Questo comportò una convivenza non sempre facile fra le milizie saracene e le popolazioni locali. Doveva essere veramente labile, sotto tutti i punti di vista, agli occhi degli abitanti la distinzione fra l’arabo che piombava sulle coste calabresi per una scorreria e quello presente più stabilmente “per lavoro”, come mercenario militare. Si tratta, comunque, del segno di una situazione forzatamente “multietnica”, diremmo con parole d’oggi, ma resa ancor più precaria dai rapporti altalenanti dei bizantini con i principati longobardi (oscillanti fra atteggiamenti di vassallaggio e di rivalità con il mondo bizantino). Questi erano, infatti, presenti nello stesso Mezzogiorno ed anche alle loro dipendenze operavano spesso milizie di ventura saracene confondendo ulteriormente lo scenario.

    Sotto il profilo politico, nonostante la caduta della Sicilia, la Calabria continuò ad essere ad essa assimilata sino al X secolo. Solo allora l’amministrazione bizantina inizierà a riconoscere “ufficialmente” la sconfitta siciliana ed a varare il Tema tis Calavrìas. D’altra parte l’amministrazione del Tema di Calabria non si presentò facile per i bizantini. Le lunghe coste della regione erano quasi impossibili da controllare tutte e le incursioni saracene erano continue e devastanti. La presenza araba in Calabria, per tutto il periodo bizantino assunse probabilmente anche caratteristiche pressoché stanziali. Le milizie di ventura saracene significavano anche l’aggregazione di vere e proprie comunità legate alla loro attività. Reggio Calabria deve essere stato a lungo una città multilinguistica e multireligiosa con elementi latini, greci ed arabi e con forme di culto differenti che convivevano di fatto. Toponimi stessi come quello del paese aspromontano di Bagaladi si potrebbero far risalire a forme arabe come Baha Allah (Benedetto da Dio).

    Alla fine del IX secolo Reggio, riconosciutamente capitale religiosa della Calabria, fu elevata al rango di metropoli. Tale Leone o Leonzio, è menzionato come metropolita al sinodo costantinopolitano del 879/880. L’ascesa di “prestigio” della Calabria fu, probabilmente, anche dovuta alla progressiva perdita del Tema di Sicilia, sino alla rovinosa conquista e saccheggio di Siracusa da parte degli arabi nel 878. Quando ciò era possibile, la politica bizantina faceva coincidere la capitale di un Tema ad un centro spirituale. Così Reggio divenne epicentro spirituale di gran parte della Calabria. Sue suffraganee erano le sedi episcopali di Vibo, Taureana, Locri, Rossano, Squillace, Tropea, Amantea, Crotone, Cosenza, Nicotera, Bisignano e Nicastro. Nello stesso periodo nella Calabria settentrionale sotto la metropoli di Santa Severina erano riunite le diocesi suffraganee di Umbriatico, Cerenzia, Isola Capo Rizzuto e Gallipoli. La presenza di questa diocesi pugliese, lontana via terra ma non altrettanto via mare, era dovuta probabilmente alla necessità di subordinare alla più vicina nuova diocesi una città ricostruita e ripopolata recentemente per ordine di Basilio I dopo le devastazioni arabe. Naturalmente tutta quest’attenzione da parte dell’Impero alla buona organizzazione delle diocesi di rito greco va ricondotto al secolare braccio di ferro fra Bizantini e Papato. Entrambi giocavano a mantenere la giurisdizione sulle proprie diocesi in una continua contrapposizione fra rito romano e orientale e naturalmente miravano ad acquisirne altre.

    A tale complessiva riorganizzazione della Calabria e della Puglia sotto Basilio I, si deve anche l’operazione di ripopolamento delle province stremate demograficamente dalle guerre con gli arabi. Ripopolamento parzialmente conseguito con immigrazioni forzate di servi orientali e nel caso della Calabria anche con congrui contingenti militari armeni. Oltre che varie tracce nell’onomastica calabrese, di questa immigrazione permane il toponimo di Rocca Armegna, in italiano Rocca degli Armeni. Il paese fondato con l’insediamento di un contingente militare armeno ebbe per alcuni secoli importanza strategica grazie all’imponente castello. Fu abbandonato dagli abitanti solo ai primi del ‘900. La deportazione di popolazioni barbare o servili era un’antica tradizione del mondo bizantino. Spesso ove necessitavano contadini/soldati, nelle zone di frontiera o a rischio militare l’Impero provvedeva con questo strumento a rafforzare la propria presenza. Questo, verosimilmente, costava meno dell’invio di milizie dalla capitale. D’altra parte, la disponibilità militare di Bisanzio verso i suoi confini occidentali fu sempre molto più debole rispetto alla maggiore attenzione dedicata ai confini asiatici e balcanici. La stessa ricca Sicilia venne persa per queste ragioni. I nemici del momento, arabi, longobardi o normanni che fossero venivano tenuti a bada più con la diplomazia e la corruzione o il versamento di tributi talvolta anche molto pesanti che con il vero e proprio ricorso alle armi.

    Come in tutto il mondo bizantino, la spiritualità aveva un ruolo centrale nella vita sociale e culturale. Il monachesimo greco, essenzialmente laico, ne fu il motore principale. Per ogni ceto sociale, dai nobili ai contadini, il monaco rappresentava, nel mondo bizantino, un vero modello esistenziale. Anche in Calabria, come in tutto l’Impero, fu elevato il numero dei monasteri privati costruiti spesso nei luoghi più impervi ed inaccessibili per garantire l’isolamento e la quiete che i monaci cercavano. Esempio più alto del monachesimo calabrese è senza dubbio la figura carismatica di San Nilo di Rossano. Di alta levatura morale e raffinata cultura egli godette di una certa fama ed autorità già in vita nonostante il grande rigore della sua scelta ascetica. L’agiografia monastica calabrese sotto i bizantini è ricchissima tanto da far meritare alla regione l’appellativo di aghiotokos ovvero “madre di santi”.

    Sotto il profilo economico, la coltura del gelso era senza dubbio quella più redditizia in Calabria. Si trattava di gelsi da foglia piuttosto che da frutto, “mirati” alla sericoltura. La coltivazione di questa pianta subordinata a lunghi tempi di attesa prima di essere redditizia (circa 10 anni) era soprattutto nelle mani della Chiesa e dunque dell’Imperatore poiché nel mondo bizantino produzione e smercio della seta erano rigorosamente controllati dallo Stato. La presenza documentata di migliaia di alberi produttivi ci restituisce un’immagine della Calabria bizantina come in realtà molto ricca più che depressa dalle guerre e dagli scontri continui con gli arabi come nei luoghi comuni storici.

    A livello commerciale, il Tema bizantino di Calabria ebbe solidi rapporti con la Sicilia araba che costituiva mercato per le sue sete. Tant’è che invece del Nomisma circolava il Tarì, moneta araba battuta in Sicilia. C’è in ogni caso da notare che il Tema bizantino pagava anche agli scomodi vicini un pesantissimo tributo annuale in cambio della limitazione di razzie e scorrerie.

    In epoca bizantina va rintracciata la radice della tendenza allo spostamento degli insediamenti dal mare alla montagna per motivi sia difensivi sia di salubrità data la condizione di palude di buona parte delle zone costiere. Questo è rimasto sino ad ora un aspetto caratterizzante del paesaggio antropizzato in Calabria anche se proprio nel XX secolo si è assistito al processo opposto: l’abbandono dei siti interni per quelli costieri più facilmente raggiungibili.

    Nuovi e decisivi protagonisti sulla scena storica del Mezzogiorno bizantino sono i Normanni. Giunti inizialmente come milizie di ventura nei primi anni del sec. XI, i cavalieri del Nord intrapresero la conquista sistematica sia dei temi bizantini sia della Sicilia araba debolmente retta dai Kalbiti. Gli eventi precipitarono anche in relazione al grande scisma del 1054 che separò la chiesa costantinopolitana da Roma. Ciò sancì il sostanziale appoggio del Papa ai Normanni contro i Bizantini scismatici. Inoltre Roma, da tre secoli, non si rassegnava alla perdita delle diocesi siciliane e calabresi poste sotto il controllo diretto di Bisanzio. Di queste e da sempre meditava la riconquista. Nel 1059 Roberto il Guiscardo prendeva Reggio e nel 1071 con la caduta di Bari si poteva considerare concluso il dominio politico dei bizantini sul Sud d’Italia e l’inizio della massiccia latinizzazione del culto e della lingua, specialmente in Calabria e Sicilia.

    Mille anni di lentissimo declino della Grecità in Calabria

    Sta di fatto che la latinizzazione religiosa che era stata più rapida altrove trovò in Calabria una certa resistenza, addirittura apparente protezione presso i nuovi padroni normanni. Attenzione però a non immaginare una sorta di mondo bizantino intatto “senza Bisanzio”. Già sotto i normanni se per alcuni decenni l’aristocrazia culturale greca in tutto il Sud Italia e in larga parte della Calabra otterrà un certo rispetto, dall’altra parte, in modo irreversibile, inizia la crisi del mondo ellenofono. I normanni stessi impiantavano esclusivamente nuove diocesi latine. Per motivi di prestigio, per non essere socialmente declassato, il clero greco si latinizzò.

    I bizantini, dunque, non sbagliavano a considerare strategico il legame fra centri politici e centri spirituali. La rarefazione dell’ellenofonia in Calabria può così essere parzialmente dovuta alla progressiva latinizzazione delle diocesi. Come osserva Vera von Falkenhausen, alla fine del periodo Svevo gli ellenofoni superstiti erano in genere contadini analfabeti incapaci di gestire le istituzioni religiose ed economiche greche. Sostanzialmente la cultura greca cambiò collocazione a tutto suo svantaggio.

    Da cultura dominante divenne cultura subalterna, sempre più legata ai ritmi ed alle funzionalità di un mondo interamente orale come quello pastorale e contadino. La latinizzazione che diverrà vorticosa dal XV secolo in poi verrà sia incoraggiata dall’avvicendarsi di dominatori di sicura fede romana (Angioini, Aragonesi, Spagnoli) sia, alla fine, dallo stesso clima della Controriforma.

    Comunità ellenofona

    La presenza di comunità ellenofone, per quanto subalterne continuò ad avere un suo ruolo nel contesto mediterraneo. La Calabria meridionale era ancora sostanzialmente ellenofona ancora fra il XIV ed il XV secolo. Tutt’oggi fortissime sono le tracce di questa presenza linguistica e culturale nella toponomastica, nell’onomastica, nel cosmo etno-antropologico, nei dialetti romanzi stessi di tutta la regione ma in particolare nel suo segmento centro-meridionale.

    Sino a quando sopravvisse l’Impero d’Oriente, sotto i Normanni e poi con Federico II sino a circa al 1600 probabilmente i rapporti intermediterranei fra ellenofoni”d’occidente” e madrepatria linguistica rimasero in qualche modo attivi, favoriti anche dai commerci delle repubbliche marinare e dalla continua attività dei marinai greci. Non si può, inoltr, escludere una certa quantità di migrazioni verso occidente dai Balcani e dalle Isole greche che andarono a rimpinguare la presenza ellenofona in Calabria, in particolare nel periodo di massima pressione turca. La spinta turca sui Balcani e sul Mediterraneo continuò nonostante il freno posto dalla storica sconfitta di Lepanto ad opera della flotta “cristiana”(1571).

    Alcuni decenni dopo Cipro, anche Creta nel 1669 cade dopo un assedio che durava dal 1644. Come dato di fondo non bisogna trascurare che storicamente l’Italia (ed il particolarmente accessibile Mezzogiorno) è sempre stata vista dai popoli balcanici come sponda utile in gravi momenti di crisi. Si pensi all’epica migrazione degli Albanesi di Skandeberg come alle recenti ondate di immigrazioni clandestine.

    A proposito della lunga resistenza del rito greco in Calabria, sta di fatto che l’ultima diocesi orientale a cadere fu proprio Bova (Vùa) nel 1572. La romanizzazione, ironia della sorte, avvenne proprio per mano di un vescovo di origine cipriota e dunque egli stesso orientale, Giulio Stavriano. La comunità locale si vide privata del rito greco con un vero e proprio colpo di mano con il quale da un giorno all’altro venne instaurato quello romano.
    IL XIX secolo si “accorge” dei greci di Calabria

    La presenza di ellenofoni in Calabria finì per passare sotto silenzio per secoli. Probabilmente per le condizioni di marginalità della regione che si accentuarono fortemente già dal XIII secolo sino a divenire drammatiche con l’unificazione nazionale. Nell’ottocento la Calabria ellenofona doveva già probabilmente limitarsi all’Aspromonte jonico meridionale, e molto probabilmente, alla locride in un’area geografica poco raggiungibile anche dalla stessa Reggio Calabria. Il territorio impervio dell’Aspromonte, con il suo isolamento, garantì la permanenza di un’economia chiusa, diremmo di autarchica sussistenza sino a in sostanza la seconda guerra mondiale. Questo cosmo sostanzialmente autosufficiente consentì la resistenza dell’idioma. “Scopriranno” la presenza dei greci di Calabria (e di Puglia) alcuni folcloristi del XIX secolo sull’onda della generale moda europea che spingeva alla raccolta dei cosiddetti “canti popolari” e che in Italia aveva avuto una sequenza di illustri cultori: Tommaseo, Imbriani, Nigra, Rubieri, D’Ancona, Pitrè (per fare alcuni nomi noti ancora oggi) sino a Comparetti.
    Dal nostro punto di vista registriamo come particolarmente interessante, anche se esigua, la presenza del mondo grecanico nella letteratura demologica ottocentesca. Si “scopriva” che, oltre al Salento, anche un oramai ristretto numero di paesi dell’Aspromonte meridionale conservava la parlata greca. “Saggi dei Dialetti Greci dell’Italia Meridionale” di Domenico Comparetti che esce nel 1866 è un esempio indicativo di questo rinnovato interesse. Nella sua stessa presentazione ai “Saggi”, Comparetti traccia un panorama di edizioni sulla lingua dei greci di Calabria e di Puglia piuttosto limitato ancora oltre la metà dell’Ottocento e lascia chiaramente intendere quanto la stessa esperienza di Cesare Lombroso, che lo aveva preceduto con una sorta di diario di viaggio in area grecanica non fosse qualitativa filologicamente poiché costituita in tutto da “una ventina di versi in pessimo stato, ed un piccolo numero di vocaboli raccolti a Bova, o nei paesi greci prossimi a questa”. Comparetti, per conto suo, fa presente molto chiaramente ed onestamente di aver attinto a fonti scritte senza mettere mai piede a Bova. Dei trentotto canti del suo corpus, ben trentacinque provengono da una raccolta effettuata nella Chora da un professore del Liceo Classico di Reggio Calabria, tale Tarra (altrove Terra). Gli altri tre, raccolti nel 1821 da Witte, sempre provenienti da Bova, gli arrivano dopo numerose trascrizioni ed edizioni fra cui la più rilevante è la raccolta di canti greci del Passow. Nonostante siano pervenuti a noi solamente nella forma del testo questi canti conservano per il lettore un innegabile fascino.

    Una migliore attenzione non sarà su altri versanti riservata ai greci di Calabria dal citato Cesare Lombroso la cui osservazione, fra il positivista e l’antropometrico, rimanda più ad archivi ed a tassonomie animali che ad un vero discorso su una realtà culturale e la sua alterità. Così sono descritti gli abitanti dell’Aspromonte ellenofono in alcune pagine del suo “In Calabria” un testo definitivamente edito nel 1898 ma che era già apparso sin dal 1862 sulla “Rivista contemporanea”:

    Molti di essi, specialmente i ricchi, conservano il tipo dell’Attica; fronte alta, spazio interoculare largo, naso aquilino, occhi grandi e lucidi, labbro superiore corto, bocca piccola, cranio e mento arrotondati, tutte le linee del corpo dolci ed aggraziate.
    Il loro temperamento è linfatico e nervoso; fini, astutissimi, lascivi hanno grande mobilità di idee, tendenza al procaccio, e un poco al furto, somma facilità al canto e all’armonia.
    Mentre sentiva a suo modo l’urgenza di “trascrivere quelle pochissime strofe prima che la stregua dell’Unità giunga a cancellare queste ultime e prestigiose vestigia dell’ellenismo”. E pur nelle patenti superficialità filologiche denunciate da Comparetti, Lombroso ebbe comunque lo scrupolo di fornire almeno alcune sempre sommarie descrizioni della realtà sociale ed economica dei greci di Calabria.

    Sul versante storico-linguistico sono Morosi e Pellegrini ad “accorgersi” dei greci di Calabria (A. Pellegrini, Il dialetto greco-calabro di Bova, Torino, 1880) ma le loro ipotesi sull’origine della presenza ellenofona in Calabria per immigrazione dal mondo bizantino fra il VI e il X secolo non sono oggi accreditate dagli studiosi
    Luigi Borrello (Bova1871 – Palermo 1949) è senz’altro in questa fase storica una figura importante. In primo luogo perché bovese e quindi osservatore privilegiato della cultura locale. A lui si devono una serie di importanti note che furono fondanti per gli studi successivi sul greco di Calabria.
    Il XX secolo e la profonda crisi del mondo greco-calabro

    Il più qualitativo interesse del mondo scientifico e culturale verso i greci di Calabria che si generò soprattutto nella seconda metà del ‘900, non riuscì ad incidere socialmente intervenendo sull’irreversibile crisi della lingua grecanica. “Grecanico” (“Piccolo” greco, greco “minore” a rilevare il carattere dialettale della lingua locale differenziandola dal greco della Madrepatria, il Neogreco) è in ogni modo un’espressione di origine colta. I greci di Calabria definiscono sé stessi greki, taluni considerano l’espressione “grecanico” addirittura offensiva preferendo altre dizioni quali: greco di Calabria, greco-calabro, etc..
    Il XX secolo portò con sé la crisi del grecanico per le enormi trasformazioni sociali ed economiche che la cosiddetta “modernità” aveva ingenerato nell’area, prime fra le altre le scelte antimeridionaliste dello stato unitario, l’emigrazione e lo spopolamento delle aree interne. Non sono da trascurare inoltre fattori psico-sociali importanti. Difatti già dal ventennio fascista in poi la lingua ed il mondo greco-calabro erano identificati come tratti di arretratezza e di sottosviluppo da “dimenticare” al più presto. I maestri infliggevano umilianti punizioni agli alunni sorpresi a parlare una lingua “straniera” in classe e varie testimonianze confermano che una delle più comuni espressioni, utilizzata per dare dell’idiota a qualcuno nella stessa Bova degli anni ’30-’40, era “mi pari nu grecu”. Sicuramente da quel momento storico in poi il grecanico venne identificato dalle stesse popolazioni locali con il sottosviluppo economico e l’emarginazione sociale.
    Nel frattempo una serie di frane e di alluvioni che dagli anni ’50 in poi colpirono le comunità dell’interno finirono per disperdere materialmente le comunità medesime e con esse la lingua. I borghi pastorali e contadini venivano “ricostruiti” in anonimi paesi dormitorio sulla costa a decine di chilometri dal sito originario, gli abitanti trasferiti in massa. Questa sorte toccò ad Africo nel 1951 ed a Roghudi nel 1972. Ma sia pressoché contemporaneamente Gallicianò che anni dopo la stessa Bova (frane nel 1972/73 e terremoto nel 1978) non furono esenti da tentativi di trasferimento completo dell’abitato più o meno fondati su disastri naturali o appoggiati da speculazioni politiche. E’ da considerarsi miracolosa la resistenza degli abitanti nei pochi borghi ellenofoni che oggi sopravvivono nell’interno in particolare per le difficili condizioni logistiche (oltrechè economiche): ancora senza strada asfaltata è Gallicianò, la stessa “capitale morale”, i Chora tu Vùa, Bova è collegata da un impervio tracciato di primo ‘900.
    Attorno al 1920 il greco di Calabria scompariva da Cardeto per poi limitarsi a cavallo delle due guerre ad Amendolèa (Amiddalia), Bova (Vua), Gallicianò (Gaddicianò), Condofuri (Condochuri), Roccaforte del Greco (Vunì), Roghudi (Richùdi).Sicuramente scomparve ancor prima dall’uso quotidiano anche a Pentedattilo, Palizzi, Staiti, Brancaleone e la stessa Africo fra XIX e XX secolo anche se dati precisi in tal senso non sono a nostra conoscenza.
    Oggi il greco di Calabria è parlato dalle fasce generazionali anziane di Bova, in modo più diffuso ma frammentato e quasi mai pubblico a Gallicianò ed a Roghudi Nuovo. In casi oramai isolati a Condofuri ed Amendolèa. Si può considerare scomparso da Roccaforte.
    Si deve comunque alla fondamentale attività del grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs (Berlino 1982 – Tubinga 1986) ed alla sua capillare ricerca “sul campo” se molto del patrimonio linguistico ellenofono è stato salvato. La sua attività già a partire dagli anni ’20 finì, in particolare dopo la guerra, per aggregare intorno a sé ed ai suoi fondamentali scritti tutta una serie di giovani entusiasti sia in Italia che all’estero. Sin dagli anni ’60 assolutamente rilevante fu l’attività di ricerca e di animazione di un gruppo di giovani storici e filologi calabresi che diede successivamente vita sia all’Associazione Culturale “Calavrìa” (1986) che al periodico “La Jonica” (edito dal 1969 al 1980), in particolare Domenico Minuto, Franco Mosino e Velia Critelli. Gli anni ’50 rappresentarono un autentico momento di fioritura degli studi sui greci di Calabria, da Rossi Taibbi e Caracausi a Benito Spano al greco Karanastasis che con i cinque volumi del suo “Vocabolario Storico dei Dialetti Greci dell’Italia Meridionale” contribuì alla sistemazione del prezioso bagaglio linguistico dei greci di Calabria e di Puglia.
    Gli anni ’60 e ’70 furono comunque decisivi per la nascita di una coscienza collettiva da parte dei greci di Calabria circa l’importanza del proprio patrimonio linguistico. Iniziarono così a nascere una serie di associazioni culturali che saranno poi più o meno attive nel sostenere il recupero e la salvaguardia delle radici culturali. Fra le varie associazioni culturali nate nel tempo segnaliamo come particolarmente attive “Kum.el.ka” di Gallicianò e “Ialò tu Vùa” di Bova Marina.
    La legge di tutela delle minoranze etniche (15 dic. 99 n. 482) apre nuove prospettive per i greci di Calabria. Fra gli altri progetti ci si augura che prenda ufficialmente l’avvio l’attività dell’I.R.S.S.E.C. (Istituto Regionale Superiore Studi Elleno Calabria) di cui per il momento esiste già la struttura a Bova Marina.
    .Cosa leggere sul mondo bizantino:
    – G. Ostrogorsky, Storia dell’Impero Bizantino, Torino, 1968
    – V. Von Falkenausen, La dominazione bizantina nell’Italia Meridionale dal secolo IX al secolo XI°, Bari, 1978
    Storia orale:
    Per quello che riguarda la storia orale il più rilevante archivio audiovisivio sui greci di Calabria (e sulla Calabria meridionale) è:
    Archi/Med (Archivio Audiovisivo di Med Media)
    Via Foro Boario, 2
    89133 Reggio Calabria
    0965.591039 e-mail: info@med-media.it

  • “Calabria Mia Show”, L’Evento che “R”-Innova la tradizione

    “Calabria Mia Show”, L’Evento che “R”-Innova la tradizione

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    Il 26 Dicembre alle ore 21:00 si svolgerà presso il Palazzetto dei congressi di Ricadi – VV – il CALABRIA MIA SHOW-

    Evento-spettacolo di carattere culturale, musicale e teatrale della durata di circa 3 ore che ha lo scopo di valorizzare la cultura musicale calabrese attraverso brani tradizionali e non, eseguiti da vari artisti del territorio calabrese.

    Lo show nasce da un’idea dell’ agenzia di Promozione Pubblicom e Vinz Derosa, cantautore italo – canadese che ha venduto oltre 12.000 copie in Canada, con il Cd “Cori Calabrisi”.

    Calabria mia show vedrà sul palco come ospite di punta Vinz De Rosa. Insieme a lui si alterneranno altri gruppi degni di nota, accomunati dall’intento di rivisitare in chiave etnica la storia della canzone tradizionale calabrese.

    L’evoluzione della musica folk negli ultimi 50 anni dalla tarantella all’etno-folk, dalla canzone di sdegno al pop dialettale, la tematica dell’emigrazione e alcuni riconoscimenti e approfondimenti su artisti che hanno reso omaggio alla Calabria nel mondo saranno alcuni dei temi della serata. Il tutto pensato per dare una visione più ampia e completa dell’etnicità e della tradizione, inserita in un contesto globale, “glocal” per dirlo con una parola.

    “La musica, come la lingua, gli usi ed i costumi sono parte integrante della cultura di un popolo e lo identificano come tale. “Le nostre canzoni – prosegue Vinz – ci identificano e ci rappresentano in tutto il mondo. La canzone tradizionale o folk, e’ l’espressione piu’ pura del popolo e porta
    con se le gioie i dolori, le paure, le vittorie, le sconfitte, la rabbia , il modo di vivere e di pensare. E’, in pratica, la storia di un popolo in musica e parole”.

    I calabresi che emigrano quasi sempre riescono ad avere successo in tutti i campi fuori dai confini regionali o nazionali. E allora
    perchè in Calabria no?

  • Giovanni Pascoli, Approfondimenti di Storia e Letteratura

    Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 Dicembre 1855. Trascorre un infanzia agiata fino a quando il padre viene ucciso (1867). Questo e altri due lutti familiari segnano profondamente il suo carattere. Nel 1882 si laurea in Lettere e, dopo aver insegnato in molti licei, viene nominato professore di grammatica greca e latina all’università di Bologna. Dal 1897 al 1905, insegna in varie università (Messina, Pisa), per poi tornare a Bologna dove eredita la cattedra che prima era appartenuta a Carducci.
    Muore a Bologna il 6 Aprile del 1912.
    Il pensiero:caratteri fondamentali della poesia Pascoliana.
    Il pensiero di Pascoli si può schematicamente riassumere nei seguenti punti:
    1) Una sensibilità straordinaria lo porta a cogliere non solo gli aspetti misteriosi e intimi della vita, ma anche i problemi sociali del suo tempo, i nuovi atteggiamenti culturali europei, il socialismo, l’emigrazione.
    2) La sua è una visione pessimistica determinata dalla sfiducia nella scienza, che non appare uno strumento di liberazione dell’uomo e determina un angoscioso smarrimento per il futuro che si preannuncia.
    3) La vita è un mistero impenetrabile in cui le uniche certezze sono il dolore e il male ( la terra “atomo opaco del male” ). Solo possibile rimedio è che gli uomini si amino e si affratellino (socialismo). Di fronte al mistero l’anima si abbandona e vi naufraga: l’unico modo per cogliere il mistero della vita è la poesia.
    4) La poesia non è celebratrice ed educatrice, ma rivelatrice delle zone del mistero che dominano l’animo.
    5) L’anima è abbandonata al mistero: bisogna lasciarla parlare senza finzioni formalistiche. Essa è come la voce di un Fanciullino ingenuo e innocente che vive in noi e che ci rivela il mistero.
    La poetica del Fanciullino: manifesto della poetica pascoliana.
    Tale poetica fu elaborata nella prosa del Fanciullino nel 1897.
    Secondo il poeta vi è in tutti gli uomini un fanciullo, che rimane tale anche dopo la crescita e dopo che “ la voce ingrossa e arrugginisce”…” piange e ride senza motivi apparenti, dà un nome alle cose che vede, ne scopre le somiglianze e le relazioni più ingegnose, sa stupirsi e meravigliarsi di tutto e trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima”.
    Questo fanciullino dunque non è altri che il poeta, presente in tutti gli uomini in maniera potenziale; ma solo chi sa ascoltare questa voce, non contaminata dalle sovrastrutture culturali e letterarie e sa darle forma, diventa veramente poeta.
    Da queste premesse teoriche consegue che:
    1) la poesia è rivelazione ingenua e spontanea, con carattere eminentemente irrazionale e intuitivo e con esclusione della riflessione; poesia, quindi, come scoperta delle cose e non come invenzione.
    2) Il poeta non crea ma riconosce la poesia già esistente nelle piccole cose, nella semplicità dell’esperienza quotidiana.
    3) La realtà, o meglio, l’anima segreta delle cose, viene scoperta con assorto stupore, come prodigio, sogno, mistero, ignoto.
    4) E necessaria una lingua precisa, senza sovrastrutture retoriche, che esprima con chiarezza e immediatezza le sensazioni e che dia ad ogni cosa il suo giusto nome (linguaggio musicale e simbolismo fonico).
    Il Simbolismo fonico e la rivoluzione linguistica.
    Con Pascoli possiamo parlare di una vera e propria rivoluzione linguistica, operata in special modo nelle Miricae e nei Canti.
    La lingua assume chiaramente una connotazione simbolista e sta a metà strada fra continuazione della tradizione e rottura con essa, o meglio, è il risultato della loro combinazione. Secondo il Contini si intersecano un linguaggio propriamente grammaticale, usato comunemente come mezzo di comunicazione, ad un linguaggio post-grammaticale, dei vari gerghi e delle lingue speciali. Si aggiunge inoltre un terzo linguaggio che è quello pre-grammaticale, costituito da onomatopee e derivato dal mondo delle cose, degli animali e dalla natura in genere. E’ proprio quest’ultimo che costituisce il fulcro del Simbolismo fonico attuato da Pascoli nelle sue poesie: il linguaggio puramente mentale si fonde con quello istintivo e primordiale dei suoni, senza che in esso avvenga nessun tipo di mediazione razionale e intellettuale. La musica della natura diventa un tuttuno con la musica della vita; sta al poeta (cioè al Fanciullino) cogliere l’essenza primordiale di tale melodia e decodificarla, in modo da renderla orecchiabile all’uomo, tramite la poesia.
    Strutture linguistiche:
    Onomatopea: E’ l’armonia imitativa, cioè il suggerire col suono delle parole i rumori delle cose. Es.“ Sentivo un fru fru fra le fratte”, oppure “ Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle”.
    Assonanza: E’ una forma di rima imperfetta tra parole che contengono le stesse vocali dopo l’accento (es. frasca-rimasta).
    Allitterazione: Ripetizione, spontanea o ricercata (onomatopea), delle medesime lettere, oppure di gruppi uguali o simili di suoni.
    Sinestesia: Associazione di diversi elementi sensoriali, come lo scambio tra una sensazione sonora e una visiva. Es. “Soffi di lampi”, oppure il “ sottil tintinnio” del pettirosso, che mette insieme una impressione tattile a una sonora.

    Pascoli e l’impressionismo:
    L’impressionismo è un modo di cogliere la realtà nell’arte mediante, non la riflessione e la ragione, ma singole, rapide e staccate impressioni che l’anima avverte in modo immediato (e spesso inconscio) attraverso la percezione dei sensi. L’impressionismo di Pascoli si avvicina, infatti, ai pittori simbolisti e decadenti (Gauguin), ai pittori dell’“en plein air” e a musicisti come Debussy.
    E’ presente in molte poesie, specie nelle Myricae, dove il paesaggio è schizzato con pochi tocchi suggestivi apparentemente desunti dal vero, ma invece legati a stati d’animo.