Sant’Agata del Bianco, la sfida degli artisti

Sant’Agata del Bianco, la sfida degli artisti

Un borgo di poeti, scultori e pittori. Questo è Sant’Agata del Bianco. Ma anche un borgo lontanissimo, un puntino invisibile, in un mondo in cui non si esiste se non si appare e non si fa rumore. Tanto lontano da non essere annoverato, nemmeno semanticamente, tra i luoghi del nostro vivere, quelli ai quali, magari per consuetudine o per ovvietà, si usa ancorare un desiderio, un incontro, una possibilità.

E poiché così è, scappano tutti. Erano in pochi già negli anni ‘50, circa 1400. Poi un lungo, inesorabile, declino, sino a giungere ai 400, poco più, poco meno, di oggi. Se la tendenza così rimarrà, entro vent’anni di Sant’Agata del Bianco non resterà che un opaco ricordo e, forse, un timido rimpianto.

Eppure, Sant’Agata è luogo bellissimo, adagiato come una divinità, con le vicine Samo e Caraffa, su una collina ventosa, che scivola, dalle propaggini arse del primo Aspromonte, verso la luce cristallina del mare Magno-Greco. Ed infatti, un luogo così, abitato dagli dei e da un popolo di artisti, non può morire per oblio o colpevoli dimenticanze.

Perché gli artisti non sono facili da domare, sono cocciuti, resilienti, visionari. Come Vincenzo Baldissero, ad esempio, scultore eroico e solitario, che sta provando a disossare, con le mani, il genio e pochi arnesi, un intero ammasso di roccia per farne un’unica scultura, religiosa, filosofica, esistenziale. Come le decine di poeti che, guidati dall’estro di un Sindaco/Filosofo, hanno deciso di raccogliersi attorno al primo tra loro, il nativo Saverio Strati, per inseguire il miraggio di una rigenerazione, muovendo dalla bellezza, che vince sull’oscurità e su ogni oscurantismo.

E’ così che, lungo le case abbandonate, le vie assolate, gli slarghi orticati, sono sorti murales, sculture, parole, per farne missione, passione, pensiero. Sotto lo sguardo benedicente di Sant’Agata, patrona del borgo e di Artemide, Dea bellissima e sublime della femminilità, dei misteri lunari, dei dardi e della caccia. Ma anche del padre Dante, giovane quanto i suoi settecento anni, del dio del Cinema e delle illusioni, dei poeti contadini, di tutti gli ultimi che, con la loro fatica ed il loro pensiero, hanno provato a rendere grande questo lembo lontano di mondo.

Così, camminare le vie un tempo vibrate, poi smarrite, oggi ritrovate di Sant’Agata del Bianco è più che una visita. E’ un’esperienza immersiva, quasi un rilascio emotivo, in esse potendosi ritrovare gli odori, i colori, le intenzioni di un’umanità ancora possibile. Perché un luogo così, così tanto dimenticato, così tanto negletto, non è solo un puntello fissato in un angolo di mondo, è piuttosto il segno di cosa l’uomo debba compiere per provare a vincere la paura ed imparare l’arte segreta del resistere e dell’esistere.

di Domenico Sorace