Joe Zangara  cercò di uccidere il presidente Roosevelt nel 1933

Joe Zangara cercò di uccidere il presidente Roosevelt nel 1933

Né Dio né padrone”. Forse questa frase di Sebastian Faure, anarchico e pedagogista francese, uno dei principali sostenitori della forma organizzativa anarchica, è stata la molla che  ha fatto scattare nella mente di Giuseppe “Joe” Zangara, anarchico di Ferruzzano, piccolo Comune della Provincia di Reggio Calabria, ad armare la mano per attentare alla vita del Presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel febbraio 1933.

Sono trascorsi novanta lunghi anni da quel 15 febbraio del 1933 allorquando Giuseppe Zangara ha tentato di assassinare il Presidente dell’America, a Miami, in Florida, nel quale morì il sindaco di Chicago Anton J. Cermak. Fu giustiziato sulla sedia elettrica il 20 marzo 1933 nel penitenziario di Stato della Florida come pena per omicidio. Ad armare la mano di Zangara  vi erano chiari motivi politici perché era un anarchico convinto delle sue idee e credeva ciecamente nell’uguaglianza degli uomini.

Zangara, forse, facendo sue le teorie del programma anarchico del 1919 di Errico Malatesta dove si leggeva “Noi vogliamo abolire radicalmente la dominazione e  sfruttamento dell’uomo sull’uomo; noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza” ha maturato nella sua coscienza di misurarsi con un evento più grande di quanto immaginava. Pare che il “vizio” di colpire i capi di stato era un pallino fisso di Zangara.

Si racconta nel suo paese di nascita che l’anarchico Zangara, aveva meditato un altro attentato al Re d’Italia Vittorio Emanuele III in occasione di una sua venuta a Reggio Calabria. Per fortuna del Re l’attentato non è andato in porto in quanto, quel giorno, il treno che doveva trasportare a Reggio Calabria l’anarchico di Ferruzzano è arrivato nella città capoluogo di provincia con notevole ritardo, quindi dopo la visita del Re. La storia di Zangara è ampiamente illustrata da Orlando Sculli, scrittore di Brancaleone ma nativo di Ferrruzzano, nel suo volume “ I Palmenti di Ferruzzano”, un’opera che tratta dell’archeologia del vino e testimonianze di cultura materiale in un territorio della Calabria meridionale.

Scrive, a proposito, Sculli: “Era il maggiore di sette figli, l’unico maschio della famiglia che avrebbe potuto sopportare, emigrando, l’economia familiare. Si stabilì a Petterson nel New Jersey, dove forte era la presenza degli anarchici italo-americani e da dove era partito nel 1900 Gaetano Bresci per uccidere Umberto I°. Era molto convinto delle sue idee e cercava di comunicarle ai suoi amici d’infanzia, Domenco e Francesco Sculli, padre e zio dello scrivente, emigrati America. Quando Zangara andava a trovarli a Philadelphia, affermava che bisognava distruggere la società degli sfruttatoti e crearne una di uguali.

Gli ribattevano, invitandolo a riflettere che neppure le dita delle mani sono uguali e che le sue erano idee non realizzabili. In seguito, come raccontava al proprio figlio, Domenico Sculli, gli anarchici italo-americani decisero di fare un attentato, forse per vendicare Sacco e Vanzetti, uccidendo un personaggio importante e la sorte toccò a Joe Zangara. In un primo tempo la vittima predestinata doveva essere il presidente Hoover, poi l’attentatore scelse di uccidere il presidente eletto ed ancora non insediato Franklin D. Roosevelt.

Il neo eletto presidente sbarcò dal panfilo di Vincent Astor, il Nourahal, a Miami in Florida, come programmato, il 15 febbraio del 1933, per fare un discorso in Bayfront Park. Ad aspettarlo c’erano molti democratici e turisti e, confuso tra la fofla, Joe Zangara, ciabattino di Ferruzzano, con un mazzo di rose in mano. Si avvicinò al palco del presidente, che si inchinò in quel momento per ricevere un telegramma da un uomo che glielo porgeva e mentre la gente andava via, Joe Zangara saltò su un sedile e sparò i cinque colpi che aveva nel suo revolver. Una donna, Lillian Cross, colpì il braccio dell’attentatore e i colpi deviati colpirono il sindaco di Chicago Cermak e altre tre persone. Fu subito processato e, in un primo tempo fu condannato a 80 anni di carcere, ma appena morì Cermak per le ferite riportate, la pena gli fu commutata in quella capitale.

Al giudice che gli chiese se provasse dolore per la morte del sindaco di Chicago replicò: “come quando muore un eccello, un cavallo, una mucca!.” I giornali dell’epoca diedero addosso senza pietà alle minoranze discriminate d’America e il Miami Heral scrisse: “è un italiano, scuro, tipico della sua razza……non dobbiamo più lasciare un posto libero sulla nostra terra per questa gente….verranno armati e minacciosi a difenderlo”. Quando si presentò il cappellano, il giorno dell’esecuzione, Joe Zangara lo mandò via dicendo: “Dio, se c’è perché fa soffrire i poveri”? Condotto nella camera della morte e sistemato sulla sedia elettrica, prima dell’atto finale urlò: “Viva l’Italia, viva i poveri del mondo! Spingi il bottone, e dai spingi il bottone…”! Morì lasciando dietro il dolore che gli provocava una ulcera allo stomaco, l’amarezza per una vita di stenti e senza amore, senza aver usufruito, come avevano fatto tanti diseredati, del sogno americano”.

Della storia di Joe Zangara si era interessato,  nell’anno 1999, il quotidiano “La Stampa” di Torino con un articolo a cura dell’inviato Gabriele Romagnoli il quale con un’accurata ricostruzione dei fatti ha narrato nei minimi particolari una vicenda che ha fatto scalpore nel mondo intero. Scriveva, tra l’altro, Romagnoli:”Non fu mai all’altezza. Nascosto tra la folla si sollevò sulle punte dei minuscoli piedi per prendere la mira, ma non vide abbastanza e mancò il bersaglio. Legato alla sedia elettrica rimase con le estremità staccate dal suolo, danzanti nel vuoto dell’ultimo giro di vita.  Giuseppe Zangara, chiamato Joe dai conoscenti(“non dagli amici, vossia, perché quelli non ce li ho”), l’uomo che  non uccise Franklin Delano Roosevelt, fu grandissimo in una sola cosa: la sfortuna. Come scrisse tracciando febrilmente su un taccuino la propria autobiografia alla vigilia dell’esecuzione; “Sono nato a Ferruzzano, Calabria, Italia, nel 1900. Il primo giorno i dottori si accorsero che avevo una  malattia alle orecchie e decisero di operarmi. Mia madre dedusse che avevo il malocchio.

Quando avevo due anni, lei morì. A tre, caddi dalle scale di pietra e quando mi sollevarono si stupirono fossi ancora vivo. A quattro inciampai e finiì nel fuoco, bruciandomi una gamba. A sei mio padre mi mandò a lavorare come un cane. Da allora ebbi un male allo stomaco che mi fa uscire pazzo. La colpa è dei capitalisti, che mandano i loro figli a scuola, mentre i figli dei poveri vanno a faticare. Per questo ho deciso di ucciderli tutti, cominciando dai loro capi: i re e i presidenti”. Un piccolo uomo(alto all’incirca un metro e cinquanta), esile e minuto e dalla carnagione scura, probabilmente, con l’uccisione del presidente Roosevelt avrebbe cambiato non solo le sorti dell’America ma del pianeta intero. Infatti, Franklin D. Roosevelt, eletto presidente per ben quattro volte, col “New Deal”(nuovo corso) aveva attuato un piano di riforme economiche e sociali allo scopo di risollevare il Paese dalla grande depressione che aveva travolto gli Stati Uniti d’America a partire dal 1929. Una vita breve, quindi, quella di Zangara. Era rimasto orfano della madre quando era ancora in tenera età.

Non ha frequento le scuole perchè già all’età di sei anni il padre lo costrinse  a lavorare nei campi. Un’infanzia difficile quindi che lo spinse quando era ancora adolescente ad emigrare in America nel 1923 in certa di un futuro migliore. Non ebbe fortuna perché  a soli 33 anni la sua corsa è finita su una sedia elettrica.Per far rivivere le gesta di Zangara Blaise Picchi ha scritto un libro dal titolo”Le cinque settimane di Giuseppe Zangara” come pure la sua storia è stata rappresentata in teatro dal musical “Assassins” alcuni anni fa. Il mondo non ha avuto molto tempo per svelare i misteri di quest’uomo, la giustizia si trasferì con una rapidità terrificante anche per gli standard del tempo e la specifica motivazione per l’omicidio di Roosevelt sembra oscura nella migliore delle ipotesi.

A questo punto gli amanti della storia si saranno certamente domandati se non c’era anche lo zampino di Giuseppe Zangara nell’attentato al Teatro Diana di Milano avvenuto la sera del 23 marzo 1921 mentre si svolgeva la rappresentazione di un’operetta di Lehar. Alla fine del secondo atto scoppiò una potente bomba, che provocò una vera strage tra gli spettatori e gli orchestrali. Vi furono 17 morti e numerosi feriti, oltre settanta. Molti rimasero mutilati. L’attentato era stato addebitato all’anarchico Giuseppe Mariani. Solo ipotesi che sicuramente  non sono supportati  da elementi che possono pensare al coinvolgimento di Zangara  in quella triste vicenda.