Cs, Giuseppe Brisinda entra nella graduatoria dei miglior scienziati

Cs, Giuseppe Brisinda entra nella graduatoria dei miglior scienziati

COSENZA Di recente sono giunti in Calabria 51 medici da Cuba, che nelle prossime settimane lavoreranno in alcuni ospedali pubblici del Reggino, dopo aver frequentato un corso di lingua italiana già attivato all’Unical. Si tratta di una soluzione temporanea alle gravi carenze di camici bianchi, voluta in prima persona da Roberto Occhiuto, commissario del governo alla Sanità calabrese e presidente della Regione. Gli Ordini provinciali dei medici avevano obiettato criticità formali e legali a proposito dell’utilizzo dei professionisti cubani in alcuni reparti ospedalieri della Calabria. Parte dell’opinione pubblica aveva invece accolto con favore l’arrivo di questi medici, ritenendolo necessario, utile e perfino inevitabile.

Lo scorso 22 dicembre il Gemelli di Roma aveva reso noto l’elenco dei propri ricercatori inclusi nella «World’s Top 2% Scientists», cioè l’ultima lista degli scienziati della medicina più quotati nel mondo, redatta dalla Stanford University e dall’editore Elsevier sulla base di una rigorosa disamina delle pubblicazioni e delle attività di ricerca degli autori valutati. Nel documento compare il nominativo di Giuseppe Brisinda, cosentino di nascita, già primario della Chirurgia generale dell’ospedale di Crotone, dimessosi anzitempo da quell’incarico e dalla primavera del 2020 ritornato all’insegnamento nell’Università Cattolica di Roma e alla guida dei chirurghi dell’unità complessa di Chirurgia d’urgenza e del trauma interna al policlinico Gemelli.

«I medici cubani daranno una mano importante dove serve. Ma la storia di Brisinda – osserva un alto dirigente della sanità calabrese – è emblematica della mentalità e delle abitudini sbagliate che ancora dominano nella nostra regione. Avevamo un fuoriclasse, uno scienziato di prestigio mondiale, un chirurgo con una casistica ufficiale di grande rilievo. Purtroppo, l’abbiamo lasciato scappare perché aveva lavorato tanto in ambito pubblico e fatto bene e sempre meglio, anche rinunciando alla libera professione in maniera categorica. Spesso si tende a scaricare ogni responsabilità sulle spalle della politica e quasi mai si discute dell’operato dei manager e dei dati sugli esiti chirurgici, della qualità delle prestazioni erogate e di certe prassi insuperabili che mantengono rendite di posizione, osteggiano il merito e di fatto finiscono per concedere nuovi spazi alla sanità privata».

«A Crotone – spiega lo stesso dirigente apicale – Brisinda aveva triplicato il volume degli interventi e avviato un’incessante chirurgia complessa, specie per pazienti oncologici, con almeno tre risultati innegabili: la drastica riduzione della migrazione sanitaria, l’eccellenza espressa dall’indice di letalità dell’1,57 per cento e il significativo aumento della produttività del reparto», passata dai 3.404.903,00 di euro nel 2015 ai – sotto la sua direzione –  4.215.816 di euro nel 2016 e ai 4.469.489 nel 2017, «prima – sottolinea lo stesso dirigente di vertice – che il professionista fosse costretto a spostarsi dalla sala operatoria alle aule di tribunale».

Da primario nell’ospedale di Crotone, Brisinda ebbe dall’Azienda sanitaria provinciale la sospensione dal servizio e la privazione dello stipendio per sei mesi, ma il giudice del lavoro si pronunciò per ben due volte a favore del professionista. Poi l’Asp di Crotone aprì un terzo procedimento nei confronti del medico, concluso con la sanzione della censura scritta, in seguito annullata con un atto amministrativo. «A Brisinda, abilitato come professore ordinario di Chirurgia generale, proveniente dal policlinico Gemelli e autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche, l’Asp di Crotone aveva attribuito – dichiarò nel febbraio 2019 il deputato Francesco Sapia, allora componente della commissione della Camera Sanità – una mortalità del 24%, come uno che entra in sala operatoria con il kalashnikov. Ciò malgrado la stessa Asp avesse gioito, dati alla mano, per gli ottimi risultati del primario deliberati dalla stessa Azienda». «Numeri a parte, la relazione conclusiva dell’ispezione ministeriale richiesta insieme alla collega Dalila Nesci – continuò il deputato – aveva certificato errori metodologici del responsabile del rischio clinico dell’Asp di Crotone. Brisinda – proseguì Sapia – era poi finito ancora sotto procedimento disciplinare, sulla scorta delle conclusioni di una commissione regionale chiamata a valutare 20 casi clinici ma fermatasi a dieci e con un componente astenuto per addotti impegni di lavoro. La relazione conseguente parlava di incongrua asportazione di organi e di altri gravi comportamenti, puntualmente smontati dal chirurgo su base documentale. Perciò – commentò lo stesso parlamentare – bisognava trovare una “Brisindexit” e salvare la faccia, il che è avvenuto con la censura scritta, che probabilmente soddisfa, magari solo in parte, chi ha spinto per il nuovo procedimento a carico del professionista, punito con la motivazione di omessa vigilanza circa la compilazione di cartelle cliniche, senza che siano stati individuati e sanzionati gli autori di eventuali omissioni al riguardo».

«L’intera vicenda – chiosò Sapia – conferma che in Calabria la sanità è gestita secondo logiche di potere, che non c’entrano affatto con la tutela della salute e con la crescita delle strutture pubbliche della regione. Consiglio al professor Brisinda di ritornare al Gemelli, per evitare ulteriori ingiuste sofferenze e perché in Calabria, in cui il palazzo vuole spesso premiare soggetti mediocri e incompetenti, evidentemente egli non è gradito».

Nel 2020 Brisinda prese in parola il parlamentare e, prima dello scadere dei cinque anni di previsti dal proprio contratto, rassegnò le dimissioni dalla direzione della Chirurgia pubblica di Crotone. In una lettera del novembre 2017, di risposta al responsabile aziendale del Risk Management che gli chiedeva dei chiarimenti, Brisinda si sfogò: «È anomalo che io, in qualità di direttore della Uoc, non sia stato informato della presenza di criticità e che non mi siano state richieste spiegazioni. A meno che tali spiegazioni, l’accesso alle cartelle cliniche e le informazioni tecniche siano state richieste» ad altri «e che io – ipotizzò il chirurgo – non ne sia stato informato per una malintesa forma di “riserbo inquisitorio”». «Non le nascondo – aggiunse nella stessa lettera l’allora primario – che un approccio meno aggressivo, magari nei mesi addietro, sarebbe risultato più idoneo ed appropriato. Posso solo pensare che siano stati trascurati o ignorati alcuni dati a favore di altri; questo potrebbe essere attribuibile alla mancanza di alcune informazioni fondamentali o a lacune culturali dei referenti a cui lei si è rivolto. Ad ogni buon conto, mi sono permesso di allegarle alcuni lavori scientifici su argomenti di chirurgia oncologica. A questi rilievi della letteratura internazionale ho aggiunto alcune mie personali pubblicazioni, frutto dell’esperienza maturata in alcuni ambiti della chirurgia oncologica maggiore in oltre 20 anni di lavoro presso il policlinico universitario “Agostino Gemelli” di Roma».

D’Ippolito illustro le leggi sulla responsabilità professionale e si soffermò sul necessario equilibrio tra garanzie del paziente e serenità del medico; sul concetto di colpa lieve; sui profili di imperizia; sul ruolo, nell’atto medico, delle linee guida e delle buone pratiche; sull’importanza che il consenso informato sia ogni volta attuale; sui requisiti fondamentali dei Consulenti tecnici d’ufficio nei procedimenti giudiziari contro i medici e infine sull’umanizzazione delle cure. «Il medico – concluse D’Ippolito – non deve aver paura dello svolazzare delle toghe. La collettività ha diritto di avere un medico sereno. La strada per una buona legge sulla responsabilità professionale passa attraverso un rapporto diverso tra medico e paziente, un rapporto che oggi è totalmente sbilanciato dalla parte della volontà del paziente. Il medico, allora, deve saper creare un rapporto di empatia, perché anche così si abbattono le percentuali dei contenziosi sollevati dai cittadini. Il dovere di un medico è quello di provare sempre a dare una qualche speranza». Speranza che dai medici è spesso percepita come rischio, come trappola, addirittura come elemento di reato