Parole dialettali Calabresi, Dodicesimo Appuntamento. Nuovi significati

Parole dialettali Calabresi, Dodicesimo Appuntamento. Nuovi significati

Ennesimo appuntamento con la nostra rubrica di Parole Dialettali Calabresi con una piccola spiegazione del loro significato. Come dicevano grandi storici se vuoi distruggere un popolo “fai sparire il loro linguaggio”. Questo è un angolo del web dove ognuno potrá condividere le parole che ricorda o di cui vuole sapere il significato e non vuole assolutamente avere un valore prettamente culturale cioè fatto da esperti.

Per questo motivo eventuali errori, significati troncati e suggerimenti sono ben graditi. Il nostro invito é rivolto a tutti coloro che ci leggono, esperti o meno della lingua.

PAROLE DIALETTALI CALABRESI, UNDICESIMO APPUNTAMENTO. NUOVI SIGNIFICATI

7 NUOVE PAROLE DIALETTALI CALABRESI

  • ARRIZZICARI o anche RIZZICARI: in alcune località è sicuramente il passare del tempo che ha trasformato la parola con o senza A, sarebbe azzardare, rischiare “cu no rizzica no rusica”;
  • FADDA o FADDEDDHA: un pezzo di tessuto, una gonna. Si usa spesso dire “vidi chi hai a faddeddha i fora” per significare ad esempio avere la camicia o una maglietta con qualche lembo di tessuto che fuoriesce dai pantaloni;
  • HJIATARI: parola che nella pronuncia sarebbe simile a sciatari cioè fiatare, respirare. L’unicità della parola che, inizio con la lettera H, sta nel dialetto calabrese quello appunto di pronunciare tutte queste locuzioni che scritte cominciano per H e che non potrebbero essere associate ad altre lettere e quasi sicuramente, come pronuncia,  derivazioni della lingua araba;
  • LIPPU: un qualcosa di viscido, Marzano le dà tanti altri significati come borragine, pula sanza. A me piace associarla ad un significato particolare “ chistu non faci lippu” per indicare che quello è incapace, non fa bene ciò che dovrebbe fare, ad esempio – le fiumare, tipiche della Calabria, appena portano l’acqua al mare dovrebbero poi, finita la piena, fare appunto u LIPPU lasciare cioè uno strato viscido sul greto per adempiere bene al loro dovere;
  • PICOZZU: un frate mendicante, addetto agli uffici più vili del convento a me piace ricordare delle storielle che raccontavano le/i nostre/i nonne/i per farci stare buoni zitti e calmi “statti attentu chi si non fa u bravu veni picozzu e ti ruppi lu brazzu” tipo un uomo cattivo, inventato, perché il suono della parola era simpatico agli occhi di un adulto e pauroso per un bambino;
  • RAFFIA: una pianta dal nome rafia dalla quale si ricavano una specie di legacci molto utilizzati ad esempio per i pomodori “mpalamu i pumadoru ca raffia” la pianta del pomodoro issata sulle canne e tenuta dalla rafia;
  • VOLA’: una striscia di stoffa che ornava i vestiti signorili di un tempo – deriva dal francese volant.

PAROLE DIALETTALI CALABRESI, DECIMO APPUNTAMENTO. NUOVI SIGNIFICATI

Filastrocche antiche (tratto da G. Salvatore)

Nd’hai chiù vizi tu da scecca i Giufà: (sei più viziato/a dell’asino/a di Giufà)

Giufà è un personaggio inventato delle storielle popolari, una specie di Pierino delle barzellette. La spiegazione potrebbe essere duplice: o l’animale era viziato dal padrone alla bella vita oppure era mal ridotto e pieno di malanni per quanto lavorava, serviva per indicare nel primo caso una persona schizzinosa o abituata a lussi improponibili in certe realtà oppure, nel secondo caso, una persona malaticcia o che comunque si fingeva tale per lavorare di meno vista la famosa testardaggine degli asini

Naturalmente ogni consiglio e suggerimento su questo lavoro é sempre ben accetto.

La decisione di creare un piccolo spazio su Ntacalabria dedicato alle Parole Dialettali Calabresi nasce dall’esigenza di molte persone, soprattutto calabresi emigrati fuori dai confini regionali, di rimanere ancorati alla loro “casa” attraverso la lingua.

Alcune delle parole di oggi sono tratte da Giovan Battista Marzano.