Ritrovate anfore e la vasca della metro C di Roma

Ritrovate anfore e la vasca della metro C di Roma

Le anfore allineate, ritrovate a suo tempo in località Chiusa di Trebisacce, furono definite dalla Soprintendenza: “manufatti depositati in un magazzino”.
L’architetto Maurizio Silenzi Viselli, in una conferenza tenuta nella Sala Consiliare di  Trebisacce (pubblicata a cura della stessa Pro Loco: “Trebisacce svelata”), sostenne invece trattarsi, non di un magazzino, ma di un impianto di servizio alla chiusa idraulica del canale per l’alimentazione della salina ricavata nella zona degli attuali Giardini . Spiegò anche che le anfore servivano proprio, sia a movimentare, chiudendo o aprendo i canali, l’acqua marina durante gli afflussi di alta marea, sia a creare dighe rettilinee. Esse infatti, grazie alla loro leggerezza, erano facilmente spostabili per le varie utilizzazioni.
E’ emerso in questi giorni a Roma, durante i lavori della stazione della Metro C a San Giovanni, il più grande bacino idrico mai rinvenuto al centro della città. La sua funzione era proprio quella di intercettare l’acqua di un corso d’acqua (Aqua Cabra) per alimentare la grande vasca (35×70 metri) utilizzata per l’irrigazione di un frutteto.
Sono emerse dagli scavi delle anfore allineate, ed altre sparse, che, guarda caso, servivano proprio, sia a regolare la movimentazione dell’acqua nei canali, sia a creare dighe rettilinee . Evidentemente i Romani, sia della vasca, sia della Chiusa di Trebisacce, non informati delle ferme e competenti convinzioni dell’archeologo, le hanno invece utilizzate secondo il parere dell’architetto.
La Soprintendenza pensava che si trattava di un semplice magazzino, e non dell’elemento di un impianto dell’importanza definita nella conferenza.
Non solo, ma è di questi giorni la perentoria affermazione che il progetto del 3° megalotto Anas Roseto – Sibari “non procurerà danni archeologici”. Bene, visto che sono stati avvisati, sapremo a chi addossare la responsabilità quando, durante gli scavi per la superstrada, dovessero emergere nella piana di Sibari, le vestigia della città arcaica.
Non a caso, invece, l’architetto Maurizio Silenzi Viselli, nel Prologo della pubblicazione “Sibari, questa sconosciuta”, ha riportato un brano di Aulo Gellio nelle sue Noctes Atticae: “Un vecchio poeta, di cui non ricordo il nome, affermò che la verità è figlia del tempo“.

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