Esplorando le terme romane di Curinga (CZ)

Esplorando le terme romane di Curinga (CZ)

Terme romane di Curinga, ecco un nuovo episodio di Esplorando dietro casa

Per la prima volta in questa rubrica abbiamo superato i limiti geografici della provincia di Reggio Calabria per recarci in visita a un importante e celebre sito di interesse storico e archeologico: la destinazione sono le Terme Romane di Curinga (CZ) nella frazione di Acconia.

L’impianto termale è considerato un unicum in tutta la Calabria per via dello stato di conservazione straordinario, con i muri dell’alzato che si ergono fino a raggiungere quasi l’altezza della copertura.

Raggiungere il sito non è difficile.

Da sud si percorre l’autostrada A2, si prende l’uscita di Vibo Pizzo e si seguono le indicazioni per Acconia.

Da nord si imbocca l’uscita di Lamezia Terme e si seguono sempre le indicazioni per Acconia.

Giunti ad Acconia è sufficiente seguire la chiara segnaletica. Per chi preferisce un approccio più smart si possono seguire le indicazioni di google maps (coordinate Nord 38°50’17.44”; Est 16° 16’27.71”).

Il comune di Curinga si affaccia sul golfo di Lamezia lungo quella che è stata riconosciuta di recente come costa dei Feaci.

Il nome dato a questo tratto di costa non è casuale e sottolinea chiaramente come la Calabria sia ricca di storia.

I Feaci erano, infatti, un antico popolo che secondo il racconto omerico un tempo avrebbero occupato questa parte della regione.

Il territorio del comune di Curinga ha restituito reperti databili a partire dall’epoca neolitica fino all’età moderna, ma con questo racconto ci fermeremo al periodo romano e più precisamente all’età imperiale.

L’età imperiale

La struttura sembra spuntare dal nulla fra una abitazione e un campo coltivato. Tuttavia la caratteristica messa in opera dei mattoncini di cotto e i pannelli didattici suggeriscono anche al passante più distratto che l’edificio ha un elevato valore storico.

Le terme apparivano già nella Tabula Peuntingeriana, una fonte picta che consisteva in un rotolo di pergamena su cui erano riportati tratti del sistema viario dell’Impero Romano e segnalati dei punti di sosta.

Fra questi si riconosce la statio di Aque Ange che dovrebbe corrispondere alle nostre terme.

Prima di approfondire le bellezze del sito è legittimo porsi alcune domande.

A cosa servivano le terme? Chi le frequentava?

Nella società romana le terme erano un luogo di ritrovo, di aggregazione sociale ma anche di cura della persona.

Generalmente si articolavano in numerosi ambienti contigui e giustapposti, ognuno destinato a una funzione diversa. Il frigidarium dove si poteva fare il bagno in acqua fredda; il calidarium dove, invece, si poteva fare il bagno in acqua calda e il tiepidarium, un ambiente in cui la temperatura era mantenuta artificialmente neutra che fungeva da passaggio fra le diverse esperienze in acqua.

Per i romani l’esposizione continua a sbalzi importanti di temperatura era considerato salubre, in particolare il bagno in acqua fredda avrebbe dovuto tonificare i muscoli.

In realtà oggi sappiamo che la pratica delle terme come concepita dai romani poteva essere anche dannosa per la salute. Poteva causare l’insorgere di varie patologie come la sordità, la deviazione del setto nasale o aumentare la possibilità di contrarre patologie cardiache.

Il sistema di riscaldamento dei romani

I romani riscaldavano l’acqua e controllavano la temperatura interna delle terme attraverso camerette di combustione dette praefurnia in cui veniva fatta ardere della legna.

Il sistema di riscaldamento adottato era quello ad ipocausto per cui l’aria calda circolava nello spazio vuoto fra il piano della camera di combustione e il pavimento su cui camminavano le persone che si recavano ai bagni.

Esistevano terme piccole ed essenziali e altre molto più grandi ed articolate in cui trovavano posto molti altri ambienti dove si potevano svolgere le più disparate attività come le natationes, vere e proprie piscine dove nuotare, o le palestre.

La pannellistica di cui è dotata l’area delle terme di Curinga illustra chiaramente la destinazione degli ambienti visibili.

L’accesso avveniva a Est tramite un ambiente detto apodyterium che fungeva anche da spogliatoio; in posizione centrale c’è il frigidarium composto da una aula rettangolare terminante con due absidi semicircolari; a Est rispetto al precedente ambiente si trovavano i due calidaria, il tepidarium e il laconicum per le sudationes, l’equivalente della nostra sauna.

Fra i ruderi delle terme di Curinga…

sono ancora riconoscibili i praefurnia e i tubuli, le condotte d’aria che correvano lungo le pareti e dentro alle quali circolava l’aria calda.

Il complesso ha più fase, almeno tre secondo gli archeologi che hanno indagato il sito.

Nella prima, compresa fra il I e il II secolo d.C., si data la costruzione dell’edificio.

Durante la seconda, di datazione incerta, ci furono consistenti interventi di restauro probabilmente resisi necessari a causa di qualche evento sismico.

Nella terza ed ultima fase, databile tra il II e il IV secolo d.C., ci fu un intervento di consolidamento dell’abside del calidarium est.

Le terme persero la loro funzione e furono definitivamente abbandonate tra il IV e il V secolo. Si ipotizza che in epoca medievale il frigidarium fu usato come chiesa cristiana, d’altronde era una pratica diffusa ri-funzionalizzare gli edifici pagani destinandoli a luoghi consacrati al nuovo culto.

Le terme

Il complesso termale era molto più grande di quanto oggi è visibile, si stima un’estensione di circa 700mq, quindi è logico supporre che la struttura fosse molto importante anche in antichità.

Questo dato ci porta al rompicapo dell’interpretazione: terme pubbliche o private? Al momento esistono due teorie contrapposte.

In base alla prima le terme di Curinga facevano parte di una villa dell’aristocrazia senatoria ed erano di uso privato; secondo l’altra la villa fu trasformata in statio e quindi i bagni furono resi pubblici.

L’enigma rimane per ora insoluto.

Ci auguriamo che eventuali future indagini archeologiche possano chiarire ogni dubbio. Per ora ci accontenteremo di visitare questi ruderi, immaginare quello che non c’è più e che si è perso nell’oblio dei secoli…

Articolo a cura di Giovanni Speranza

Maria Cristina Condello

Maria Cristina Condello ha conseguito la laurea Magistrale in "Informazione, Editoria e Giornalismo" presso L'Università degli Studi Roma Tre. Nel 2015 ha conseguito il Master di Secondo Livello in "Sviluppo Applicazioni Web, Mobile e Social Media". Dal 2016 è Direttore Responsabile della testata giornalistica ntacalabria.it

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